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LA FAVOLA DI MONICA

Pubblicato il 14 agosto 2016

Non è mai andata oltre gli ottavi di finale di uno Slam, raggiunti peraltro una volta sola, a Wimbledon. Quest'anno ha perso da Paszek, Parmentier, Begu, Ostapenko e Broady. E aveva vinto un solo torneo di livello Wta, a Strasburgo nel 2014. Poi è arrivata a Rio e ha centrato la medaglia d'oro. La storia di Monica Puig è una favola divenuta realtà. È la storia della prima volta sul gradino più alto del podio olimpico per il suo Paese, Portorico. È la storia di una ragazza che si è posta un obiettivo preciso e, puntuale come un orologio svizzero, lo ha raggiunto. Era il mese di novembre del 2015, quando Monica dichiarò senza nessun imbarazzo che il suo pensiero fisso da quel momento in poi sarebbe stato solo uno: prepararsi al meglio per vincere il metallo più prezioso nell'appuntamento a cinque cerchi.

 

I più teneri ebbero parole di compassione, i più duri la derisero. Lei probabilmente non ha letto nulla di ciò che i presunti esperti avevano commentato. Si è semplicemente dedicata a far sì che quell'obiettivo, allora così lontano, potesse piano piano avvicinarsi. Del resto segnali durante il 2016 ce n'erano stati, di una crescita costante. Perché a fronte di sconfitte evitabili contro avversarie alla sua portata, erano arrivate pure vittorie di un certo valore: Stosur e Bencic per arrivare in finale a Sydney, Petkovic, Errani, o ancora Wozniacki e Mladenovic per la semifinale di Eastbourne. Certo nulla che facesse presagire a quanto è poi davvero accaduto sul Centrale di Rio: una finale vinta contro la numero 2 Angelique Kerber per 6-4 4-6 6-1, con la Puig pronta a emergere, ad acchiappare quel sogno ormai a portata di mano, al punto da dominare il set decisivo.

 

Così Monica ha lanciato la sua racchetta per aria, si è lasciata andare sulle ginocchia, ha pianto. Tanto. Prima quando ha messo a segno l'ultimo punto, poi alla premiazione, avvolta nella bandiera portoricana. Un'immagine impensabile fino a pochi giorni fa, per la numero 34 della classifica mondiale, capace in un solo colpo di mettere al tappeto Hercog, Pavlyuchenkova, Muguruza (6-1 6-1!), Siegemund e Kvitova. Un cammino che fa capire come – fatta eccezione per la prematura uscita di scena di Serena Williams – ci sia stata ben poca fortuna in questo miracolo sportivo, ben poca casualità. C'è stato, questo sì, un lavoro enorme di preparazione, un lavoro caparbio che ha portato Monica a diventare una giocatrice migliore, a 22 anni, quando c'è tutta una carriera davanti. Una carriera che oggi può davvero sbocciare, forte di un traguardo tra i più ambiti.

 

Non se ne devono avere a male i Murray e i Del Potro, o i protagonisti del doppio. La storia olimpica del tennis, a Rio 2016, è questa. Una storia talmente bella, talmente perfetta nella sua evoluzione, che probabilmente resterà unica nel nostro sport. Una storia che potrebbe tranquillamente appartenere al mondo delle favole, e che invece è così splendidamente vera. Guarda la medaglia, Monica, guardala ancora: è reale, non stai sognando. Hai vinto tu. Hai dimostrato che nessun sogno è talmente grande da poter essere deriso.