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QUASI IMPRESA

Pubblicato il 11 agosto 2016

Stavolta non c'entra nulla il poco attaccamento dei favoriti al torneo olimpico. Stavolta è una questione di tecnica, di un duello sostanzialmente alla pari. Anche se uno è il secondo più forte giocatore del mondo mentre l'altro non è mai entrato nei top 10. Fabio Fognini, primo set a parte, ha messo in campo la migliore versione di se stesso per andare vicino un'impresa di cui il tennis italiano, deluso dalla sconfitta delle Cichis, aveva bisogno. Andy Murray ne stava uscendo più che battuto, ne stava uscendo distrutto. Perché dopo essere stato avanti di un set e di un break (2-1), il campione di Londra 2012 ha subìto un parziale per lui anomalo, e pure un po' imbarazzante: otto game a zero.

 

Eppure, non è finita come a quel punto, sul 3-0 Italia, era lecito attendersi. È finita che il numero 2 del mondo ha recuperato, punto su punto, mostrando quella caparbietà che lo ha fatto andare oltre i suoi limiti, fino a traguardi straordinari come i tre Slam conquistati. A questa partita c'è una spiegazione, che arriva dai precedenti (2-2 fino a oggi) prima ancora che dall'ottavo di finale di Rio, dove tutto il pubblico sudamericano è stato fin dal principio dalla parte del 29enne di Arma di Taggia. Precedenti che avevano visto Fognini dominare il loro primo scontro diretto (6-2 6-2 in Canada, sul cemento, nel 2007), così come quello in Davis a Napoli due anni fa (tre set a zero, stavolta su terra). Ma con il ligure che fece tremare il rivale anche a Monte-Carlo nel 2009, quando volò sul 5-1 prima di incappare in uno dei suoi black out prolungati e cedere un incontro in gran parte tenuto sotto controllo. Insomma le premesse per una sfida non scontata c'erano. Le premesse per quello che s'è visto sul Centrale di Rio, decisamente meno.

 

Abbiamo visto un azzurro tirato a lucido, malgrado una stagione non proprio esaltante. Lo abbiamo visto prendere in mano l'iniziativa con ogni colpo, mettendo in mostra un repertorio – ebbene sì – persino superiore a quello del vincitore di Wimbledon: dalle accelerazioni da fondo alle palle corte, dalle discese a rete vincenti ai back di rovescio per disegnare il campo e togliere il ritmo. Il tutto un po' agevolato da un cemento molto simile alla terra battuta, o forse addirittura più lento. Certo con un contributo di un Murray non nella sua migliore versione, ma questo importa poco. Importa che sia mancato quel passo decisivo, quel momento in cui l'avversario ferito viene azzannato e resta lì, senza possibilità di risalire.

 

Nei quarti di finale, dunque per entrare a giocarsi oro, argento e bronzo, per Murray ci sarà come avversario l'americano Steve Johnson, che è in crescita e a Rio sta trovando una settimana particolarmente brillante. Mentre Nadal mostra di essere in forma preoccupante per i suoi avversari, mentre Del Potro rimonta un set al giapponese Daniel, mentre l'idolo di casa Bellucci passa dalla finale persa nel Challenger di Biella ai quarti dell'Olimpiade, resta il rimpianto per una mina vagante azzurra che avrebbe potuto scompaginare gli equilibri di un torneo già pieno di sorprese.