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Capitani e gregari

Pubblicato il 1 agosto 2016

Mentre Rio, fronte tennis olimpico, conta i forfait che crescono di giorno in giorno (gli ultimi sono quelli dei fratelli Bryan), la notizia che arriva da Toronto è chiara: Novak Djokovic ha scacciato la crisi (ma era crisi?) di Wimbledon e si è ripresentato in campo col solito piglio del dominatore. Nel Masters 1000 canadese che cambia sede a edizioni alterne, il serbo ha chiuso la vicenda senza perdere un set, finendo molto meglio di come aveva cominciato. Perché in avvio contro Gilles Muller e poi nei quarti contro Tomas Berdych, qualche rischio di troppo c'era stato. Ma le ultime due partite si sono rivelate – parola di Nole – le migliori della settimana. “Mi capita spesso – ha detto il numero 1 del mondo – di cominciare sottotono e poi di andare in crescita, stavolta si è visto ancora più nettamente”.

Così Gael Monfils in semifinale ha raccolto cinque games, mentre Kei Nishikori nell'ultimo atto ne ha sì messi in cascina otto, ma senza davvero riuscire a invertire l'inerzia di un confronto segnato. È stata una finale di alto livello ma non esattamente divertente, quella sui campi della Rogers Cup, dove Djokovic ha vinto per la quarta volta in carriera. Un'ennesima finale con poco pathos tra un dominatore attuale e uno di quei nuovi campioni che stentano a dare il ricambio. Il giapponese non è ormai più una promessa, gli anni sono 26 e di titoli importanti ancora non ne sono arrivati, tra gli undici conquistati in carriera. Mai un 1000, per esempio, laddove Nole ne conta 30, leader indiscusso di questa speciale classifica.

Fa una certa impressione sentire le parole post match delle seconde linee – se così si possono chiamare – del tennis mondiale. Quando il numero 6 della classifica Atp dice di esser contento così, che questa sconfitta è una tappa importante e che ha ancora da imparare prima di poter arrivare a vincere un torneo del genere, l'idea che passa è quella di un circuito spaccato a metà. Da una parte quelli che ci credono e dunque dominano: i Fab Four, con l'ingresso saltuario di un Wawrinka in condizione. Dall'altra il resto del gruppo, fatto di buoni gregari che patiscono una evidente pressione di fronte a chi si è dimostrato capace di riscrivere in pochi anni la storia di questo sport. Una sorta di sudditanza psicologica – direbbero nel calcio – che però è comprensibile proprio per ciò che Djokovic, Nadal, Federer e in misura minore Murray, hanno combinato nell'ultimo decennio.

Per scardinare le loro certezze serve qualcuno che sia un po' meno rispettoso delle gerarchie, un po' meno timoroso della storia. Magari con una certa dose di sfacciataggine. Se state pensando a Nick Kyrgios, siamo da quelle parti lì, con il 21enne australiano che pare davvero non avere problemi nell'affrontare i più grandi. Come pare non averne Dominic Thiem, l'austriaco che con i suoi 22 anni è nettamente il più giovane dei top 10, seppur all'ultimo gradino disponibile. E sulla stessa linea c'è Alexander Zverev, il tedeschino di 19 anni che tra alti e bassi inevitabili ha davanti un sé un cammino da predestinato. La next generation è quasi pronta a prendere in consegna le chiavi del tennis dai migliori. Nel frattempo, dovremo probabilmente rassegnarci ad altre finali a senso unico, ad altri tornei divisi tra capitani e gregari.