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DOPPIETTA, 39 ANNI DOPO

Pubblicato il 25 luglio 2016

Per trovare una settimana così, se parliamo di tennis maschile, l'Italia deve risalire al 1977. Trentanove anni fa, Paolo Bertolucci metteva il suo sigillo sul torneo di Firenze, battendo il britannico John Feaver per 7-5 6-2, mentre dall'altra parte dell'oceano, a Charlotte, Corrado Barazzutti conquistava il titolo superando per 7-6 6-0 l'americano Eddie Dibbs. Il circuito Atp come lo conosciamo oggi non era ancora arrivato ma si stava formando, mettendo assieme il Grand Prix al vecchio Wct. Erano gli anni d'oro del tennis tricolore, con la Davis fresca fresca conquistata nel 1976 e un'altra finale (sfortunata) ad attenderci dodici mesi dopo a Sydney.

 

Fabio Fognini e Paolo Lorenzi non possono, in sette giorni, riportare l'Italia a quella magica stagione. Ma possono almeno far capire a quanti avevano già decretato il nostro funerale tennistico, che gli azzurri sono ben lontani dall'arrendersi, pur in un 2016 che fin qui non aveva riservato grosse soddisfazioni. La doppietta di Fabio e Paolo tra Croazia e Austria, tra Umag e Kitzbuhel, arriva proprio all'indomani della sconfitta casalinga con l'Argentina, arriva in un momento in cui c'erano tutte le condizioni per lasciarsi andare a un certo scoramento. Invece il tennis è così, ti dà sempre una chance ulteriore, ogni settimana un'opportunità di riscatto. A patto di crederci.

 

Uno che ci crede, da sempre, è Paolo Lorenzi, che sulle Alpi austriache non ha solo colto il suo primo titolo nel circuito maggiore, dopo 18 Challenger. Ha anche conquistato il record come giocatore più anziano a trionfare per la prima volta: 34 anni e 7 mesi, un mese in più del dominicano Estrella Burgos. Una vittoria della dedizione, del coraggio, del lavoro e del sudore. Una vittoria che qualcuno potrà sminuire sostenendo che il torneo in questione, in una settimana troppo generosa per via delle imminenti Olimpiadi, fosse troppo simile a un Challenger. Ma che in realtà dimostra semplicemente l'attitudine positiva di un probabile futuro medico, che nell'età della pensione sportiva sta trovando il suo momento migliore: numero 41, best ranking, e cinque soli punti di distacco dal 'fenomeno' Dimitrov.

 

Uno che ci crede, nonostante le apparenze qualche volta dicano il contrario, è Fabio Fognini. Che nell'ultimo atto di Umag, contro lo slovacco Andrej Martin, ha messo in scena una prestazione da urlo. Davanti a Flavia Pennetta (“fa un certo effetto dire grazie a mia moglie”), il ligure ha dominato e si è messo in tasca un titolo Atp che gli mancava da due anni e passa. Ora c'è una stagione americana che lo aspetta, ma soprattutto c'è una maturità da trovare in fretta prima che gli anni migliori passino lasciando troppi rimpianti. A dargli una spinta, oltre al suo staff, proprio Lorenzi: se il senese è lì, 8 posti dietro di lui, con qualche primavera in più e una buona dose di talento in meno, significa che il tempo è questione relativa, che forse il bello deve ancora venire.

 

Quel 'bello' che Flavia Pennetta, la sua compagna di vita, ha saputo trovare quando aveva già deciso di chiudere la carriera, in quell'ultimo meraviglioso Us Open del 2015. Ecco dunque che gli uomini di casa Italia dovrebbero imparare dalle donne. Da quel team di Fed Cup che ha saputo andare oltre gli ostacoli, oltre i propri limiti, oltre chi diceva che non c'era abbastanza talento per arrivare a traguardi davvero storici. Come gli Slam. Quando si parlava dei trionfi in Nazionale come di casi fortunati nati dalle rinunce altrui, quando si diceva che nessuna delle nostre aveva le stimmate della campionessa, Francesca Schiavone, Sara Errani, Flavia Pennetta e Roberta Vinci si sono ribellate e hanno stupito il mondo lasciando una traccia indelebile del loro passaggio. Quella traccia che in campo maschile aspettiamo da quasi 40 anni.