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MOMENTO FEDERER

Pubblicato il 7 luglio 2016

Talento e cuore. Muscoli e cuore. Testa e ancora cuore. Sì: per vincere tanto, in fondo, è il cuore che conta. O passione, entusiasmo, anima. Chiamatela come volete, che è la stessa cosa. E se da una parte Re Roger è uno che fa bene al cuore dei suoi tifosi, dall'altra è pure uno che in campo il cuore ce lo mette sempre. Quando perde (ricordate la finale australiana e le lacrime consolate da Nadal?) e quando vince. Come nei quarti di Wimbledon, edizione 2016. Marin Cilic torna per un giorno quello capace di vincere gli Us Open e vola avanti per due set a zero. Non solo: si procura pure tre matchpoint, in tre momenti diversi, ma il suo avversario gli dice sempre di no. Tre servizi solidi, tre porte sbattute in faccia. Così comincia un'altra partita.

 

Comincia la partita del Migliore di sempre, che a Church Road si sente un po' come a casa, forse meglio. Così non c'è Cilic (seppur in forma) che regga: al quinto è trionfo del basilese, per numeri record: 11 semifinali ai Champioships, 40 negli Slam, dove ha vinto 307 partite. Cifre da fenomeno certo. Ma le cifre non gli rendono merito, non oggi. Oggi è qualcosa di intangibile, di non quantificabile, a metterlo ancora una volta sulle prime pagine dei siti di tutto il mondo. È quel 'Momento Federer', come lo chiamava quel genio di David Foster Wallace: “Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene […]. L’intuizione e il senso del campo sono portentosi, il gioco di gambe non ha uguali nel tennis: da piccolo era anche un prodigio del calcio. Tutto vero, eppure non spiega niente né evoca l’esperienza di guardare questo giocatore in azione. Di assistere, con i propri occhi, alla bellezza e al genio del suo tennis”.

 

Ora il tennis (quasi tutto) sogna con lui, perché andare oltre i suoi 17 titoli nei Major, nella settimana che doveva essere di un Djokovic incamminato verso il Grande Slam, sarebbe un atto di giustizia nei confronti del talento. Sarebbe uno sberleffo al tempo che passa, uno schiaffo alle nuove generazioni. Sarebbe la risposta più bella a quanti (non erano pochi) già qualche anno fa gli suggerivano di lasciare da protagonista, prima che fosse troppo tardi, prima che il declino inevitabile (?) facesse il suo corso. Forse non vincerà Wimbledon, Roger. Forse Milos Raonic, trascinato da John McEnroe, lo saprà fermare. Ma i suoi Momenti, con la emme maiuscola, dopo di lui non ce li regalerà più nessuno.