blog
home / BLOG / La storia siamo noi

La storia siamo noi

Pubblicato il 22 giugno 2016

Il tennis lo hanno inventato loro, anche se l'egemonia degli esordi è un ricordo sbiadito sui libri di storia. Gli inglesi hanno uno strano rapporto con lo sport della racchetta. Che per due settimane all'anno diventa argomento di discussione quotidiano, nei pub e per strada. E che per il resto è qualcosa di indefinito, a metà tra una passione sopita e un tentativo di rinascita. Ovviamente le due settimane che fanno discutere tabloid e appassionati sono quelle di Wimbledon, che ne conta una terza per le qualificazioni, ma sui campi di Roehampton, dove il fascino c'è, ma non è proprio lo stesso. Sempre in questi giorni c'è pure Nottingham, in corso con tanti sudditi di Sua Maestà a cercare di mettersi in luce prima dei Championships, come del resto accade al Queen's. Per il resto, qualche Challenger e poco altro, almeno nella stagione sull'erba. Perché poi c'è Londra, sponda O2 Arena, dove si giocano le Atp Finals: ma quella è decisamente un'altra storia.

Grazie a Andy Murray, che per la precisione è scozzese, non siamo più ai tempi in cui Tim Henman doveva parlare ai giornalisti di un 'livello imbarazzante dei nostri giocatori'. Ma se dovessimo prendere in considerazione soltanto gli inglesi intesi come nati e cresciuti in Inghilterra, allora un nome su cui puntare dovrebbe essere Kyle Edmund, 21enne che tra i grandi non ha ancora lasciato il segno, ma che vanta una carriera under 18 talmente promettente da averne fatto un volto buono per il rilancio del tennis british. È probabilmente troppo tardi, invece, per contare sull'apporto di Daniel Evans, uno il cui talento è pari soltanto alla sua poca applicazione e a una costanza di rendimento mai raggiunta. Mentre l'oriundo Bedene, acquisito dalla Slovenia, è una sorta di Greg Rusedski in tono decisamente minore: per quanto bene potrà fare nel circuito, proprio inglese non sarà mai considerato.

Certo Murray ha fatto tanto, per il tennis d'Oltremanica. Completando quel lavoro che Henman aveva iniziato, ma senza riuscire a raccogliere risultati in grado di smuovere davvero il sentimento popolare. Andy è entrato non solo nel cuore della gente, ma pure nella storia dello sport, quando ha alzato il trofeo di Wimbledon: era il 2013, e un anno prima aveva già fatto qualcosa di straordinario vincendo gli Us Open, il primo del suo Paese a portare a casa un titolo Slam dal 1977. Poi le braccia al cielo a Church Road, quel 7 luglio, contro Djokovic in finale. Come Fred Perry 77 anni prima. Lo scorso anno ecco pure la Davis, battendo il Belgio a Gent. Un altro sigillo che lo ha portato ancora di più nell'Olimpo. In attesa che un giorno, magari, anche il numero 1 del mondo diventi un obiettivo possibile. Cosa che oggi, con questo Djokovic, appare fuori portata.