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SGAMBETTO GIAPPONESE?

Pubblicato il 2 aprile 2016

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Il tennis di Kei Nishikori rispecchia le sue radici. Intelligente e geometrico sul campo, come il padre ingegnere. Ma anche capace di tocco e tempi giusti, come le mani della mamma pianista. Certo, contro Novak Djokovic nella finale di Miami servirà ben più di questo. Anche perché l'ultima volta che si sono incontrati, per il primo (e finora unico) giapponese della storia a entrare nella top 10 Atp è stato un mezzo bagno di sangue: Australian Open, quarti di finale, 18 game a 9. Djokovic lo doppiò, fino al 6-3 6-2 6-4 conclusivo. Eppure la lista dei precedenti, a guardarla, non induce a particolari harakiri, non più rispetto a quella di Nole opposto ad altri – anche prestigiosissimi – colleghi. Otto in tutto, gli head-to-head, 6 vittorie del serbo e 2 del giapponese. Ma più della percentuale, è il trend che va dimenticato prima di ributtarsi all'attacco e provare a espugnare un fortino che nel 2016 soltanto le lenti a contatto hanno saputo far vacillare (a Dubai).

 

Dunque, si può fare o no, la piccola impresa? Non bastano i risultati delle semifinali di venerdì per farsi un'idea. Nishikori non ha risparmiato un Nick Kyrgios sovraeccitato per l'ingresso nei top 20 (“Bello, ma ho ancora 19 giocatori davanti da superare”, aveva detto il talento aussie dopo i quarti di finale), mentre Djokovic ha vinto contro un David Goffin mentalmente sempre più certo di appartenere a quei piani. E allora più che dalla passerella d'arrivo dei due in finale, o dai discorsi tecnici e tattici, è dalla testa che deve scattare qualcosa. Come scattò nel settembre 2014, quando Nishikori fece lo sgambetto più devastante al serbo, negandogli una finale Slam, e regalando al mondo del tennis l'epilogo più incredibile del decennio in un Major. Una finale che perse, contro il croato Marin Cilic. E che resta per le statistiche la prima di sempre per un giocatore asiatico, per Nishikori la più grande occasione mai avuta. Proprio perché al di là della rete non c'erano Federer, Nadal, Murray. O Djokovic.

 

Che invece ci sarà questa volta, di fronte a lui per negargli un'altra grande soddisfazione. Quella di vincere il primo Masters 1000 in carriera dopo quello sfuggito in finale a Madrid, nel 2014, contro Rafael Nadal e contro la sfortuna che lo costrinse al ritiro all'inizio del terzo set. Per fare il colpaccio a Nishikori è richiesto un mezzo salto nel vuoto, tappandosi occhi e orecchie fino al momento del match: per non sentirsi ripetere che “l'incredibile Djokovic” è alla quarantesima finale Masters 1000 in carriera e attenta a vincere il 28° titolo (sarebbe record in solitario, con Nadal a 27 e Federer staccato a 24). Può, Kei Nishikori, ritornare con la mente ai suoi 14 anni (era il 2004), quando fece il primo grande balzo della sua vita tennistica, lasciando il Giappone e la natìa Shimane per andare nell'America di Nick Bollettieri, a Bradenton. A 250 miglia scarse da Miami. Allora andò all'attacco del mondo del tennis, ora va all'attacco 'soltanto' del numero 1 indiscusso di quel mondo.