blog
home / BLOG / 48 volte Rafa-Nole

48 volte Rafa-Nole

Pubblicato il 19 marzo 2016

Era già la sfida più vista dell'era Open, ma da stanotte, sul palcoscenico di Indian Wells, aggiungerà un altro capitolo alla saga, il 48° della serie. Rafael Nadal contro Novak Djokovic, al netto di Sua Maestà Roger Federer, è il tennis del nuovo millennio, la partita che negli ultimi dieci anni ha rivoluzionato il modo di intendere questo sport. Perché se Roger è l'emblema del talento, lo spagnolo e il serbo sono la sintesi di come si è evoluto il gioco, di come va interpretato per poter pensare di primeggiare al giorno d'oggi. Da una parte c'è un Nadal che vince tutto quello che si può quando l'avversario lascia uno spiraglio, che si aggrappa alla sua classe e al rifiuto della sconfitta, come accaduto negli ottavi contro Alexander Zverev e nei quarti contro Kei Nishikori, che era avanti 3-1 in avvio prima di essere rimontato. Dall'altra c'è un Djokovic che non sta attraversando il suo miglior momento, ma che nei momenti delicati si trasforma nel più cinico e spietato dei combattenti. Lo sa bene Tsonga, capace di giocare alla pari ma non di strappare una vittoria.

Nadal-Djokovic comincia nel 2006 a Parigi, Roland Garros, con una partita incompiuta: 6-4 6-4 Rafa, poi Nole deve arrendersi a un problema fisico, salvo andare in conferenza stampa e dire, con una sicurezza inusuale per un 19enne, che quella sfida avrebbe potuto vincerla, se fosse stato al top. L'iberico si fa una sana risata, forse non del tutto consapevole che quell'avversario gli sarebbe rimasto indigesto tante volte nelle stagioni a venire. Le prime affermazioni di Novak arrivano sul cemento, dove la distanza tra i due si assottiglia: Montreal, Miami, Cincinnati, Indian Wells. Ed è proprio sul duro californiano, nel 2011, che qualcosa comincia a cambiare. Perché quel 4-6 6-3 6-2 segna la fine della supremazia iberica negli scontri diretti. Segna l'inizio di un parziale che cambia la storia: 6-0 Djokovic in altrettante finali su ogni superficie. Oggi è lui ad aver messo la freccia: 24 a 23.

Nasce lì, in quel momento, il mito di un duello che sta in vetta da quando il tennis è roba per professionisti, e che ogni volta muove passioni e previsioni, dai tifosi di uno o dell'altro. Chi vorrebbe sempre vedere Rafa come nella finale di Monte-Carlo 2012 (6-3 6-1), chi si augura che Djokovic continui sulla falsariga delle ultime partite: cinque vittorie su cinque e sette nelle ultime otto, con un tremendo 6-1 6-2 a segnare l'ultimo atto di Doha, giusto due mesi fa. Anche se la maggioranza silenziosa, quella che ama il tennis, spera in un match che resti nella memoria, che faccia la storia come tante volte è accaduto quando i protagonisti erano questi campioni. Due sfide, su tutte, due Slam andati in maniera diversa: da una parte la finale dell'Australian Open 2012 nelle mani del serbo dopo 5 ore e 53 minuti, dall'altra la semifinale del Roland Garros 2013 con il maiorchino capace di spuntarla per 9-7 al quinto.

E adesso? Adesso il trend dice Djokovic, ma forse non c'è più quella distanza abissale che ha segnato gli ultimi diciotto mesi. Nadal – conviene ricordarlo – non vince un set dalla finale di Roma 2014, e tra condizioni fisiche precarie e killer istinct arrugginito, ha vissuto il periodo più difficile della sua vita tennistica. Quello che ha minato persino le sue granitiche certezze, dai colpi che una volta parevano inscalfibili al suo allenatore-scopritore-secondo padre: zio Toni. Attende un segnale, Rafael, così come lo attendono i suoi tifosi. Mentre Indian Wells attende sullo sfondo, cercando di capire quale, tra i due fenomeni, dover incoronare. Raonic e Goffin permettendo. Una vittoria di Djokovic lo proietterebbe al pokerissimo, record per il Bnp Paribas Open; un successo di Rafa metterebbe l'iberico, il serbo e Federer in vetta a quota quattro. Serve altro, per dare un'occhiata a questa semi?