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CAMILA, VINCI?

Pubblicato il 13 marzo 2016

Nemmeno Woody Allen, che di 'Matchpoint' se ne intende, sarebbe arrivato a pensare una nottata del genere. Indian Wells al femminile regala all'Italia due incontri da ricordare. Regala in particolare una Roberta Vinci battagliera come al solito, capace – pur in giornata non eccellente – di restare aggrappata alla partita e poi di battere la russa Margarita Gasparyan, numero 44 Wta: 6-3 6-7(7) 7-5. Camila Giorgi, invece, ne combina un'altra delle sue: a tratti domina Ana Ivanovic (6-2 il primo set), a tratti si smarrisce nei consueti momenti di buio. E alla fine perde: 2-6 6-2 7-6. In comune le due, Vinci e Giorgi, hanno davvero poco, e pure la nottata californiana le ha poste agli antipodi. Roberta che annulla due palle match all'avversaria, sul 3-5 nel set decisivo. Camila che ne manca altrettante, a onor del vero più per merito della rivale che per demerito suo. Ma tant'è, ciò che conta è il risultato.

 

Tra la pugliese e la marchigiana ci sono otto anni e spiccioli di differenza, un'era geologica nel tennis. E se Roberta è arrivata quest'anno per la prima volta tra le top 10, non c'è motivo di dubitare delle possibilità di Camila. La giocatrice forgiata da papà Sergio e ora sotto le cure federali, però, desta sempre sentimenti contrastanti tra gli appassionati. Chi la adora, per quei momenti in cui pare che nessuna possa fermarla, top players comprese. Chi vorrebbe capirci di più, chi vorrebbe essere nella sua testa per capire cosa accade durante quei black-out che spesso durano troppo a lungo. Una via di mezzo, la Giorgi, non ce l'ha e probabilmente non l'avrà mai. Il famoso 'piano B' che ti salva nei momenti delicati non esiste e – parole sue – non rientra negli aspetti da sviluppare. 

 

Così dovremmo forse rassegnarci ad avere una tennista che potrebbe sì salire sul tetto del mondo, ma che potrebbe pure restare impantanata nella seconda fascia, tra quelle mezze campionesse di cui anche il tennis in rosa è stracolmo. Sullo stile di Jelena Dokic (che comunque al numero 4 del ranking c'è arrivata) o più ancora di Mirjana Lucic, afflitta da mille problemi dentro e fuori dal campo, e mai più su del numero 32 Wta, a scapito di un gioco stellare. Eppure qualcosa pare cambiato, ultimamente, perché qualche segnale (seppur non evidente) che il team Giorgi stia provando a lavorare su un tennis più percentuale e meno d'assalto, in fondo c'è. Timidi appunti che il cronista annota – dal servizio con maggiore rotazione per evitare doppi falli, allo sviluppo di una certa pazienza prima sconosciuta – nella speranza di vedere poi un deciso salto di qualità.

 

Con un dubbio che resta e che spunta in mattinata, al termine delle due maratone. Arriverà più in alto il tennis brillante della Vinci, con le sue volèe deliziose e il suo rovescio d'altri tempi, o il bum-bum della Giorgi, con le sue botte da fondo a prender campo come fa una squadra di rugby? Il bello, forse, è proprio non saperlo. Il bello è l'imprevedibilità di questo sport, che porta Roberta a un passo da un titolo Slam quando pare che il treno sia già ampiamente passato. Per questo motivo, quando Camila o qualcuno del suo team affermerà, con sacrosanto diritto, di puntare alla vetta e ai titoli Major, non sorridiamo col fare tenero di chi ha di fronte una sognatrice. Perché magari non ci arriverà subito, magari non ci arriverà mai. Ma una con un tennis del genere, una che Adriano Panatta definì una 'Agassi in gonnella', può sognare quello che vuole.

 

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