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IL QUINTO SLAM (CON BONUS)

Pubblicato il 10 marzo 2016

La questione di quale sia il cosiddetto 'quinto Slam', ossia il torneo più vicino ai Major per prestigio e qualità, è aperta da sempre e vede in concorrenza alcuni Masters 1000 tra i più amati dal pubblico e dai giocatori. A favore di Indian Wells c'è non soltanto l'esplicita presa di posizione dei campioni del Tour, ma anche un albo d'oro che si presenta quasi sovrapponibile a quello degli eventi di fascia più alta. Dove quel 'quasi' non è diminutivo, ma aggiunge qualcosa a un torneo relativamente giovane (nato nel 1974, nella sede attuale dal 1987), ma capace di conquistarsi in trent'anni quella popolarità e quella fama che gli Slam si sono costruiti in un secolo.

Ci troviamo, scorrendo i vincitori in California, i grandi del presente: Roger Federer (a segno in quattro occasioni, tre consecutive), Novak Djokovic, Rafa Nadal. Ma pure i grandi delle generazioni precedenti: Hewitt, Agassi, Sampras, Chang, Courier, Becker ed Edberg. Tutti protagonisti a Indian Wells e pure vincitori di Slam. C'è di più. Perché laddove questo binomio non è stato rispettato, il torneo americano ha visto sotto i riflettori personaggi che nell'albo d'oro di un Major ci sarebbero stati decisamente bene, ma che per un motivo o per l'altro non hanno mai provato quella gioia, la più intensa per uno che fa questo mestiere.

Non si può non cominciare da Marcelo Ríos, il cileno che quando arrivò nel circuito si fece notare per il suo atteggiamento decisamente fuori dalle righe: dalle treccine all'abbigliamento non convenzionale (seguendo uno che giocava in maniera simile, Andre Agassi), ma soprattutto per quel modo di fare un po' strafottente che non lo ha reso certo simpatico a media e addetti ai lavori. Eppure, in quel marzo del 1998 il più forte era lui. Tanto che quindici giorni dopo aver battuto Greg Rusedski nella finale di Indian Wells, arrivò in vetta al ranking mondiale. Ci restò poco, lassù, ma quei cross stretti, quel tennis in controbalzo, quel talento da fuoriclasse svogliato, restano negli occhi di tutti gli amanti di un gioco che oggi fatica a trovare spazio.

Prima di lui, anno 1989, fu Miloslav 'Gattone' Mecir a far saltare il banco, recuperando due set a Yannick Noah in una finale che i quarantenni di oggi non possono aver dimenticato. Nelle edizioni successive a quella vinta da Rios, ecco due campioni molto diversi tra loro: l'australiano Mark Philippoussis, detto Scud, e lo spagnolo Alex Corretja. L'aussie, capace di arrivare a velocità mai raggiunte fino a quel momento, tanto nei servizi quanto nei colpi a rimbalzo, sembrava dover essere un futuro dominatore, ma si fermò di fronte agli infortuni più che di fronte agli avversari, spesso impotenti. Tutt'altro discorso per l'iberico Corretja, numero 2 al mondo nel 1999 e forse il giocatore più intelligente mai apparso sulla scena Atp. Chiude il lotto degli 'intrusi' Ivan Ljubicic, in trionfo nel 2010, quando Federer pareva già sul viale del tramonto. Invece, oggi Roger è ancora in pista, e ad allenarlo c'è proprio il croato d'Italia.