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LA SINCERITÁ DI STAN

Pubblicato il 2 novembre 2015

È stato l’unico tennista a sconfiggere Djokovic in un torneo dello Slam nel 2015. E l’ha fatto alla grande, nella finale di Parigi del Roland Garros. Stan Wawrinka può legittimamente essere orgoglioso delle ultime stagioni: due Major (Australian Open 2014 e Open di Francia di quest’anno), una Coppa Davis storica insieme a Federer e una solida posizione in classifica ATP. Certo, i momenti bui non sono mancati: la separazione burrascosa dalla moglie, una love story chiacchierata nel circuito, la lite con Kyrgios, alcune sconfitte premature (vedi Miami o Basilea).

A conti fatti è il primo dei non Fab Four. In un fine settimana che sembrava aver riportato indietro le lancette del tempo con una finale Federer-Nadal, l’uomo di Losanna ha voluto sottolineare che le differenze tra i quattro storici campioni e il gruppo sono ancora molte. E lui fa parte del gruppo. Nonostante abbia in bacheca gli stessi Slam di Murray, il divario con i titoli ATP conquistati in carriera è ancora importante: 35 successi per lo scozzese, solo 11 per lo svizzero, tra cui i quattro successi di quest’anno (Chennai, Rotterdam, Parigi e Tokyo). “I Fab Four – ha detto Stan con la consueta franchezza che contraddistingue i cittadini al di là delle Alpi – stanno facendo qualcosa di straordinario da dieci anni. Dieci! Non ci sono stati periodi di egemonia così prolungati nel tennis: prima Federer, poi Nadal, poi Djokovic, poi il ritorno di Nadal, poi quello straripante di Djokovic. Io rimango molto lontano”. In uno sport individuale, dove l’arroganza e la presunzione spesso sono contenute nello stesso borsone con la racchetta e la pallina, queste parole fanno un certo effetto. 

Qualcosa però è cambiato. Dopo i successi di Melbourne e quello sotto la Tour Eiffel, alcuni sono diventati un po’ gelosi dei suoi successi (Kyrgios?!). “Ci sono cose che non posso fare. Devo proteggere la mia immagine, essere più attento. Ma non sarebbe corretto dire che rimpiango il passato. Diciamo che ho lavorato come un matto per fare tutte le cose che faccio, e ho fatto meglio di quanto sperassi. Ma è chiaro, non è facile essere costantemente sotto gli occhi dei riflettori. Bisogna abituarsi”. Si può anche chiamare il prezzo della fama. Stan non è un ragazzino alla prime armi, il prossimo marzo compirà 31 anni. Vedere Federer cosa fa ancora in un rettangolo di gioco deve essere sicuramente di stimolo. A Tokyo, poche settimane fa, ha vinto il suo ultimo torneo e proprio nella capitane nipponica si giocheranno le Olimpiadi del 2020, traguardo che Stan non scarta in partenza. “Sono un vecchietto eh?! In Giappone ci vorrei tornare anche per i Giochi, così da vivere per la quarta volta l’emozione di una manifestazione unica”.

Prima, però, c’è Rio de Janeiro e una programmazione complicata per la prossima stagione. I primi di marzo ci sarebbe da fare anche una gita in Italia per l’appuntamento di Coppa Davis. Stan sembra scartare al 90% la sua presenza. “Sarà un anno ricco di appuntamenti e cambiamenti, è una manifestazione che ho già vinto e mi posso permettere il lusso di dire non è eccezionale per la mia carriera”. Eccola la sincerità di Stan. Tanto nell’ammettere la sua inferiorità rispetto a magnifici quattro come nel poter alzare le spalle nei confronti dell’insalatiera.

Può piacere o no il suo tennis, sebbene il suo rovescio a una mano sia di commovente bellezza, ma in un mondo plastificato di dichiarazioni preconfezionate la sincerità di Stan emerge come un’isola solitaria in pieno Pacifico.