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UN TAVOLO PER QUATTRO

Pubblicato il 8 luglio 2015

Arantxa Sánchez Vicario e Garbiñe Muguruza hanno pochissimo in comune, almeno fino a giovedì sera. La catalana di Barcellona è stata l'unica spagnola a mettere il proprio cognome al vertice delle classifiche WTA. Erano i favolosi anni ’90, quell’epoca d’oro del tennis femminile che poteva annoverare nel circuito gente del calibro di Steffi Graf, Monica Seles o Gabriela Sabatini.

Arantxa, piccola di statura (169cm.), riuscì a vincere per tre volte l’Open di Francia e uno quello di New York. Arrivò in finale in due edizioni anche sull’erba inglese, la peggior superficie per il suo tennis fatto unicamente di difesa da fondo campo, ma dovette cedere il famoso piatto della vincitrice, in entrambe le occasioni, a Steffi Graf. Solo una sua connazionale, Conchita Martínez, riuscì nell’impresa di portare il prestigioso trofeo nella terra di Cervantes. Era il 1994 quando la ragazza di Monzón ebbe la meglio in tre set su Martina Navratilova.

Garbiñe Muguruza ha un desiderio nascosto: ripercorrere la strada tracciata dalla Martínez vent’anni fa, per arrivare un giorno al gradino più alto del podio di Arantxa (ora saldamente nelle mani di Serena Williams). La netta vittoria contro la Bacsinszky segue questa traiettoria. La parte bassa  del tabellone femminile è un’autostrada libera: niente Kvitova, Halep già a casa da tempo, Makarova non pervenuta, Kerber assente (battuta proprio da Garbiñe). Non approfittarne sarebbe un sacrilegio. In semifinale è attesa da Aga Radwanska, alla sua terza apparizione tra le migliori quattro sull’erba di Sua Maestà, desiderosa di arrivare al match decisivo di sabato come fece nel 2012.

Discorso completamente diverso se parliamo delle avversarie della parte alta, due che hanno già incrociato le racchette in diciannove occasioni.

Con molta più fatica del previsto, Maria Sharapova si è qualificata per la quinta volta per le semifinali di Wimbledon battendo in tre set la statunitense Coco Vandeweghe. Gli esteti del tennis non si sono strappati i capelli (per chi ha ancora la fortuna di averli…) per la qualità dell’incontro. La siberiana è rimasta in controllo per quasi due set, prima di farsi prendere della paura e permettere il ritorno della nipote di Kiki, ex giocatore NBA dei Denver Nuggets. L’esuberanza dell’americana è stata interrotta del ritorno di Masha che ha chiuso con 4 ace, 10 doppi falli, il 60% di prime, 20 vincenti, 23 errori gratuiti e 6 palle break sfruttate su 11.

La prossima avversaria della russa? Serena Williams, naturalmente. Un match splendido ha determinato l’ultima semifinalista in gonnella. La numero uno al mondo è andata sotto di un set contro la bielorussa Azarenka, ha recuperato nel secondo parziale, e ha chiuso quasi in scioltezza nell’ultimo set, con una percentuale di punti con la prima di servizio dell’89% (17/19!).

La Sharapova non batte Serena da quasi 11 anni: la prima volta è accaduto proprio qui in finale a Wimbledon nel 2004, quando la biondina non era ancora teenager, e la seconda volta nell’autunno dello stesso anno nella finale del Masters di Los Angeles, poi solo sconfitte. Sull’erba olimpica la sconfitta più dolorosa: 6-0, 6-1 a favore di Serena, con medaglia d’oro al collo incorporata.

Tra tante donne mancava il racconto di un “ometto”. Costretto al quinto set dal sudafricano Kevin Anderson, Nole Djokovic ha chiusa la pratica degli ottavi di finale solo di martedì, dopo l’interruzione per oscurità del giorno prima. Nel “one set all”, Nole ha fatto tesoro degli errori del giorno prima, è stato concentrato, ed è riuscito ad avere la meglio contro un avversario che stava spesso sopra i 220km/h al servizio.

Per Djokovic è la quarta volta in carriera che recupera uno svantaggio di 2 set: in precedenza gli era capitato contro Guillermo Garcia Lopez nel 2° turno di Wimbledon 2005, Roger Federer nella semifinale dell’US Open 2011 e Andreas Seppi agli ottavi del Roland Garros 2012. Ai quarti è atteso dal croato Marin Cilic, ultimo vincitore dell’Open d’America.