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IL SOGNO DI OGNI BIMBO

Pubblicato il 24 giugno 2015

Dal reverendo John Thorneycroft Hartley, vincitore di due edizioni ad inizio secolo, alle fragole con la panna; dall’obbligo delle divise bianche, alle classifiche “modificate”; dal montepremi record, alla partita più lunga della storia della racchetta; dai campi in erba, alle tradizioni dell’inchino; dal campo ribattezzato “il cimitero dei campioni”, al primo vincitore che si mise a rete e diede il via al gioco d’attacco; dalla domenica di riposo, all’assenza dei piccioni grazie al valido lavoro del falco Finnegan.

 

Raccontare Wimbledon vuol dire raccontare la storia di questo sport, nel bene e nel male. Qui nacque il mito del torneo internazionale, qui si fece storia fin dai primi quindici, qui sono nate le leggende della racchetta, al maschile come in gonnella, qui in tanti hanno pianto per non aver raggiunto un traguardo sognato fin dalla culla dell’infanzia.

 

Il rispetto della tradizione è sacro, non solo nelle divise da indossare. Niente fronzoli, niente stravaganze e soprattutto niente colori. Quando, nel 2012, si disputarono le Olimpiadi di Londra e i giocatori ebbero la libertà di vestire i colori delle proprie nazioni senza rispettare i canoni dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, tutti, nessuno escluso, sembrarono delle pecore nere. Molti di questi riti posso apparire buffi ma se chiedete a un inglese di modificare il programma vi prenderà per pazzo. Wimbledon sta al tennis come la Corona inglese a Buckingham Palace. Si può sorridere, si può anche prendere in giro, ma non si può vivere senza. E non si discute.

 

Dalle parti di Church Road, verso la metà degli anni ’80, quando la cultura punk stava per prendere il “potere” sotto il Big Ben e il gruppo dei Clash spopolava in tutte le sale di Soho, cominciò a farsi strada una diceria che voleva il campo numero 2 frequentato da uno spirito maligno che attendeva al varco i campioni.

 

John McEnroe raggiunse le semifinali partendo dalle qualificazioni nell’anno del centenario ma cadde nel famoso campo numero 2. Destino da condividere con tanti, primo fra tutti il connazionale Jimmy Connors, uno dei più forti tennisti di tutti i tempi anche se poco amato dal grande pubblico per il suo carattere burbero e scontroso. Il campione di East St. Louis vinse in due edizioni ma nel 1988, dopo la sconfitta contro il tedesco Kuhnen, non usò giri di parole per descrivere la sua debacle: “La palla sembrava avesse i fantasmi: una volta rimbalzava alta, un’altra volta non si alzava, un’altra volta ancora in faccia. Pazzesco”.

 

Cash, Becker, Stich, Agassi, Krajicek, vincitori dello Slam ma vittime del campo 2. Persino Pete Sampras cadde contro uno svizzero. No, non Roger Federer, bensì George Bastl, ex numero 145 del mondo, capace nel 2002 di estromettere il sette volte campione dei ciuffi d’erba della Regina. Se chiedete a un inglese chi sia Bastl potrebbere rispondervi “non ricordo, era un matematico?”, nessuno vi dirà mai “certo, Bastl, il famoso tennista!”.

 

Ci sono bambini che fanno ore di coda per un tagliando per poter ammirare i propri campioni. Ci sono bimbi che inseguono il sogno di entrare anche solo alle qualificazioni del torneo. Ci sono bambini che sognano di vincerlo. Ci sono bimbi che lo vincono da adulti.

 

Wimbledon è il paese dei balocchi per ogni tennista. Wimbledon è il tennis fatto torneo.