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IL FANTASMA DELLA MANICA

Pubblicato il 12 giugno 2015

Un fantasma silenzioso da anni percorrere lo stretto della Manica e i chilometri che separano Parigi da Londra. Fa sempre la stessa tratta: prima nella capitale transalpina, poi alla corte di Sua Maestà. E’ un personaggio estremamente metodico. Non ama infatti le sorprese e preferisce alloggiare sempre nello stesso posto. Sotto la Tour Eiffel predilige il quartiere di Bois de Boulogne, tra Boulevard d’Auteuil e Avenue Gordon Bennet; a Londra ama insediarsi nel quartiere Sud Ovest, a pochi passi da un grande parco. Rutinario, in Francia si trasferisce tra fine maggio e inizio giugno, in Inghilterra tre settimane dopo.

Un fantasma che ha perseguitato nove tennisti di fama assoluta nonché l’attuale numero uno delle classifiche ATP. Il fantasma dello Slam mancante.

L’ultima finale persa da Novak Djokovic contro Stansilav Wawrinka è stato il suo terzo tentativo (invano) di conquistare il trofeo più prestigioso della terra rossa. Le sue lacrime e le parole di sincera stima nei confronti del collega-rivale hanno commosso anche i cuori più burberi. Per due anni “quel” fantasma parlava spagnolo con un forte accento delle Baleari, quest’anno si esprimeva nella lingua di Goethe.

Djokovic e il Roland Garros è un matrimonio che non s’ha da fare, prendendo in prestito una frase del Manzoni. Un matrimonio che non si è ancora celebrato ma che potrebbe un giorno arrivare al suo lieto fine.

Lieto fine che alcuni sue ex colleghi non hanno mai vissuto, chi a Parigi, chi a Londra. Djokovic infatti è in buona compagnia. Stelle della racchetta hanno collezionato Major senza riuscire a sfatare l’incubo del rosso o del verde.

Le due categorie sono così composte: Sampras-Becker-Edberg-Connors da una parte, Lendl-Wilander-Nastase-Courier-Kuerten dall’altra. Il primo gruppo ha messo insieme un totale di 34 Slam (!) ma mai un Roland Garros; il secondo 24 titoli ma nessun Wimbledon in bacheca.

Djokovic condivide il fantasma parigino con il suo attuale allenatore tedesco, campione giovane e biondissimo nel giardino della Regina già nel 1985 ma capace di raggiungere solo la semifinale sul rosso mai fin troppo amato. Edberg, ovvero coach-Federer, in finale ci arrivò solo in un’occasione ma fu battuto dal funambolico “Michelino” Chang. Anche il leggendario Pete Sampras non ha mai amato le due settimane lungo la Senna. Se escludiamo la semifinale del 1996 i suoi tornei sono stati autentiche delusioni. Jimmy Connors fu “perseguitato”: quattro semifinali ma mai l’approdo al match decisivo.

Destini analoghi per i colleghi che vedevano l’erba finissima della City come un incubo. Ivan Lendl, l’ex allenatore di Andy Murray, fu numero uno al mondo, vinse 8 Slam ma perse consecutivamente la finale di Wimbledon in due occasioni: nel 1986 contro Boris Becker, l’anno successivo contro l’australiano Pat Cash. Mats Wilander così lontano non c’è mai arrivato se pensiamo che il suo best score furono i quarti di finale. Ilie Nastase in finale ci arrivò e per ben due volte ma il ricco trofeo andò ai suoi avversari.

Jim Courier e “Guga” Kuerten erano dei grandi “terraioli” e non amavano giocare sul veloce. Felici e Parigi, tristi a Londra. L’americano con il cappellino in testa arrivò in finale nel 1993 ma fu battuto da Pete Sampras, il brasiliano non si affacciò mai più in là dei quarti di finale.

Djokovic si prepara a difendere il titolo inglese dello scorso anno con il pensiero (lontano) a come scacciare il fantasma della Manica.