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VERDE SPERANZA

Pubblicato il 11 aprile 2014

Gli australiani il grande salto lo fecero nel 1988, giusto un anno prima della caduta del Muro di Berlino. Dopo ottant’anni di onorato servizio dell’erba decisero (venne imposto?!) di passare al cemento, pardon, al rebound ace, un misto di gomma, poliuretano e vetroresina su una base di asfalto. E così il primo Slam della stagione non solo cambiò sede, dal Kooyong Stadium al Melbourne Park, ma anche superficie. 

Fu un immenso successo per un torneo a un passo dal declino. Solo qualche anno prima trionfò sull’erba australiana un certo Guillermo Vilas, l’argentino specialista della terra lenta. Ci riuscì per l’assoluta povertà del tabellone del 1978 e 1979. Così come iscrissero i loro cognomi nell’albo d’oro del torneo Brian Teacher e Johan Kriek, due meteore del mondo del tennis.

Gli Australian Open dal 1988 trovarono finalmente una loro dimensione. Una struttura avveniristica, un tabellone, sia maschile che femminile, di assoluto prestigio, e una data fissa, particolarità da non sottovalutare per una manifestazione che ha cambiato più volte posto all’interno del calendario sportivo.

Anche Miami sta pensando di rifarsi il look. Il torneo di Key Biscane soffre la vicinanza con il suo collega-rivale della West Coast, il Master 1000 di Indian Wells dove quest’anno ha trionfato la nostra Flavia Pennetta. 
Non solo. Molti giocatori non cercano l’accoppiata Palm Springs-Florida per non appesantire il fisico con tornei di prestigio così ravvicinati e perdere punti importanti in classifica. In più, con l’arrivo della primavera, si avvicina sempre la stagione del rosso e tanti pensano di ricaricare le batterie in vista del campagna sulla terra, Montecarlo-Madrid-Roma-Parigi.

Cosa può fare Miami per avere il successo di Melbourne? Forse reinventarsi sulla terra, seppur non di colore rosso. Un ragionamento che sta circolando tra gli organizzatori e che potrebbe rappresentare un flashback di alcune edizioni degli US Open. Attenzione, non si vuole colorare la terra come a Madrid per far contenti gli sponsor e scontenti i giocatori, bensì proporre un passaggio graduale tra il cemento californiano e la terra europea. Su questa superficie, la terra verde, più rapida e scivolosa, si gioca ancora solo un torneo WTA, quello di Charleston in Carolina del Sud, teatro delle lacrime di nervosismo e tensione di Sara Errani dopo la sconfitta ai quarti contro la 17enne svizzera Bencic.

Il verde sabbioso, al contrario del verde brillante inglese di luglio per i Championship, sarebbe un piacevole ritorno al passato e una forma innovativa di presentare un torneo. Il verde sabbioso è il ricordo più piacevole (e amaro) della carriera del ct azzurro Corrado Barazzutti. Nel 1977 a New York, durante l’ultima edizione degli US Open “terraioli” prima del ritorno sul cemento, il friulano arrivò fino alla semifinale contro Jimmy Connors. Perse dall’americano non senza polemiche per una palla contesta dall’ex numero uno della racchetta.

Un ritorno al passato potrebbe regalare a Miami una personalità che ora è offuscata dalla potenza di Indian Wells. Un ritorno al passato, verde speranza.