blog
home / BLOG / PADRI-PADRONI E PADRI-MODELLO

PADRI-PADRONI E PADRI-MODELLO

Pubblicato il 19 marzo 2014

Crescere per competere con i migliori. Diventare uomini e donne di sport ricordati nella storia per i successi e i trionfi. Essere da esempio per le nuove generazioni. 

Un giovane giocatore che impugna la racchetta in una mano e la pallina nell’altra all’età di 5 o 6 anni difficilmente pensa a frasi di questo tipo. Il suo unico obiettivo è avere la forza di mantenere ben saldo il suo nuovo strumento di gioco e cercare di ribattere dall’altra parte della rete la pallina. Vuole vincere, certamente. Ma vuole divertirsi, prima di qualsiasi altra cosa.

Un giovane giocatore che impugna la racchetta in una mano e la pallina nell’altra all’età di 5 o 6 anni potrebbe non andare troppo lontano per trovare il suo primo allenatore. Non deve attraversare la strada o prendere l’autobus con un’ora di viaggio; il suo primo insegnante potrebbe trovarsi dall’altra parte della tavola imbandita per la cena, potrebbe essere suo papà.

Il tennis ha molti esempi di padri-allenatori, dall’inizio dello sport nei primi del Novecento fino ai giorni nostri. Molti sono stati esempi positivi e di stimolo; altri, purtroppo, sono stati gli artefici dei successi dei figli ma hanno pagato a caro prezzo i metodi d’insegnamento. Andre Agassi, Jennifer Capriati, Marion Bartoli, Mary Pierce, Suzanne Lenglen, Steffi Graf e le sorelle Williams sono solo alcuni esempi.

La prima storia, in ordine cronologico, è quella di Suzanne Lenglen. La leggendaria tennista francese di Compiègne, un piccolo comune della Francia settentrionale, fu indirizzata al gioco dal padre Charles. Durante le sessioni d’allenamento era solito posizionare dei piccoli pezzettini di carta nel campo mentre la figlia doveva “semplicemente” colpirli con la pallina. Il metodo semplicistico ma efficace permise a La Divine, soprannome della Lenglen per la stampa d’Oltralpe, di vincere sei Roland Garros, sei Wimbledon e due medaglie d’oro olimpiche a Parigi. La punizione per il fallimento della prova del pezzettino di carta? Niente marmellata nel toast durante la prima colazione.

Ben diverso il caso in famiglia Pierce. I metodi di papà Jim nei confronti della figlia Mary erano rigidi, al limite della violenza. La figlia riuscì a conquistare due titoli dello Slam (Australian Open del 1995 e il Roland Garros del 2000) mentre il padre finì nella pagine delle cronache sportive per aver aggredito due spettatori durante l’edizione parigina del 1992. Un gesto che colpì molto l’opinione pubblica francese. Non a caso, dal 2007 è entrata in vigore una legge, denominata “Legge Jim Pierce” per sanzionare i genitori violenti.

Andre Agassi, dall’altra parte dell’Oceano, ci raccontò invece una storia diversa. Sua padre, al contrario dei due precedenti, era sì uno sportivo ma con il tennis non aveva nulla a che fare. Emanoul Aghasi, diventato Emmanuel Aghassian e da ultimo Mike Agassi, era un pugile olimpionico iraniano di origini armene, appartenente alla delegazione asiatica durante i Giochi del 1948 e del 1952. Trasferitosi in Nevada, a Las Vegas, formò la sua famiglia sull’etica del rigore e del duro lavoro. Sognava, anzi pretendeva, un futuro vincente per i propri figli. Agassi, nella sua autobiografia Open, racconta dei massacranti allenamenti contro il Drago, una macchina lanciapalle costruita e modificata dallo stesso Emanoul per aumentare la difficoltà degli esercizi. Andre, ancora bambino, doveva rispondere ai colpi del drago per ore e ore, senza sosta.

Una sua connazionale, Jennifer Capriati, è stata il doppio volto del tennis USA degli anni ’90. Da bambina prodigio, nata a New York ma di origini italiane, il papà Stefano era di Brindisi, si fa conoscere per la conquista della medaglia d’oro all’Olimpiade di Barcellona contro la campionessa e superfavorita Steffi Graf. Porta la sua nazionale alla vittoria della Fed Cup ma i duri metodi d’allenamento imposti dal padre la costringono al ritiro per “esaurimento”. Nel 2000, a dieci anni dal suo esordio, torna sulle vette del mondo conquistando il Roland Garros e per due volte l’Australian Open. Ricade nell’oblio dopo i continui infortuni, lasciandosi alle spalle anche un tentato suicidio.

Non ci sono solo storie tristi. Edouard Roger-Vasselin, francese di Gennevilliers, ha raggiunto quest’anno la finale di Chennai, sconfitto in due set dal futuro campione degli AUSOpen, ovvero Stanislas Wawrinka. Edouard è figlio d’arte: il padre Christophe raggiunse la semifinale sul rosso parigino del 1983, battuto solo dal numero uno al mondo Jimmy Connors.

Ben più famosa la dinastia dei Krishnan. Negli anni Sessanta, Ramanathan Krishnan era l'indiano più noto all'estero dopo il primo ministro Nehru, che l'ha invitato a colazione dopo averlo visto battere Drobny al primo turno a Wimbledon nel 1956. 
La carriera del figlio Ramesh segue la via tracciata dal padre: anche lui vince il titolo junior a Wimbledon, nel 1979, dopo aver trionfato poche settimane prima al Roland Garros. Diventa così il numero 1 del mondo junior. Nel 1987 porta l'India in finale di Davis ma non può nulla contro la Svezia di Wilander. 

Roger Federer ha già due bimbe: Myla Rose e Charlene Riva. È in arrivo anche un terzo figlio. Magari qualche cromosoma del campione sarà stato trasferito alla nuova generazione…