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IL RITORNO DI FLAVIA

Pubblicato il 1 ottobre 2013

È tornata quasi in punta di piedi, senza rumore. Lei che pochi anni fa era la migliore tennista italiana, ha voluto rimettersi in gioco dopo l’infortunio al polso e il lungo periodo di convalescenza.

Per tornare è ripartita da Bogotà, la capitale della Colombia. Ha vissuto una prima parte di stagione con alcune difficoltà ma ha saputo dimostrare al circuito che lei, Flavia Pennetta, è ancora capace di giocare a tennis, e bene. Provate a chiedere a chi c’era a New York per controprova. Le rubiamo qualche minuto dall’altra parte del mondo, in Asia, dopo le sfortunate tappe di Tokyo e Pechino.

Domanda: Il 2013 segna il tuo ritorno dopo l’operazione a Barcellona dell’estate scorsa. Una prima parte dell’anno con qualche ombra, una seconda molto positiva: Wimbledon e soprattutto gli US Open. Come ti aspetti di chiudere la stagione e, soprattutto, sei soddisfatta delle tue prestazioni?

Risposta: É stato un anno difficile, c’è voluto tempo, pazienza, sacrificio e tanto lavoro di testa. Non è ancora finito e quindi preferirei tirare le somme solo a dicembre, a stagione conclusa. Posso però  ritenermi molto soddisfatta di come sono riuscita, in assoluto, a gestire un anno pieno di ostacoli e restare  concentrata sugli appuntamenti importanti. Con il mio gruppo stiamo già programmando al meglio la prossima stagione.

D: A proposito di appuntamenti importanti, manca poco alla finale di Fed Cup contro la Russia. Che Italia sarà quella di Cagliari? Ti aspetti di scendere in campo da titolare in Sardegna dopo le ottime performance di New York?

R: Questa squadra è composta da elementi che hanno dimostrato singolarmente, nel corso dell'anno, grinta e passione; ognuna di noi merita di scendere in campo come titolare. E' una squadra che ha i suoi numeri e nella quale credo fortemente. La scelta però spetta con assoluta tranquillità all’allenatore (Corrado Barazzutti, ndr).

D: Il nostro è un pubblico di grandi appassionati. In tanti seguono le partite in televisione e giocano sui campi di periferia il fine settimana o dopo il lavoro. Sono curiosi di scoprire i segreti dei campioni: ci puoi raccontare come si vive una vigilia di un incontro del Grande Slam? Cosa si pensa, cosa si fa nelle ore prima della chiamata in campo? Tu, per esempio, nella semifinale di New York (poi persa contro Vika Azarenka) hai seguito il tuo “protocollo pre-partita”?

R: Preparazione fisica, concentrazione mentale e un po’ di "leggerezza" con il proprio team o le compagne di squadra sono gli ingredienti per una vigilia importante: le dosi e la miscela possono variare, nulla è sempre uguale! No, non ho un protocollo pre-partita. Il giorno prima della semifinale di New York ho preferito fare una lunga passeggiata per Central Park per non arrivare troppo tesa e nervosa il giorno dell’incontro. Poi un pranzo in un ottimo ristorante giapponese. Solo in serata ho iniziato a pensare a come battere Vika.

D: Nata a Brindisi, hai lasciato presto la tua città per seguire la carriera e il sogno da professionista. Prima a Roma e poi, nel tempo, Barcellona. È necessario vivere e lavorare fuori dall’Italia per poter emergere oppure era solo una scelta personale?

R: Questo mestiere ti porta necessariamente a viaggiare molto e vivere gran parte dell’anno lontano dall’Italia: ad un certo punto della mia carriera ho trovato le condizioni ideali per i miei allenamenti lontano da casa ed ho colto questa occasione; non è detto che tutti abbiano le stesse necessità. Si può crescere e maturare anche nel proprio luogo d’origine.

D: A proposito di lontananza, quanti chilometri ha percorso quest’anno per i tornei di tennis? Un dettaglio che in molti pensano essere superficiale ma che così non è.

R: Non sono solo i chilometri un dettaglio impressionante che molti non considerano; pensiamo anche alla differenza di fuso orario e gli sbalzi climatici che affrontiamo muovendoci da una parte all’altra dei Continenti. Possiamo passare dall’estate all’inverno in un attimo.

D: Ti piace ancora il tennis di oggi oppure rimpiangi qualcosa del passato? Tra i maschi il serve&volley è praticamente sparito mentre tra le donne si sta sempre più facendo strada la forza contro il talento. La Bartoli, dopo aver vinto Wimbledon per la prima volta in carriera, ha addirittura abbandonato il circuito perché “il suo corpo non ce la faceva più…”. Tra Monica Seles (il tuo idolo da giovane) e Serena Williams (attuale numero uno), chi scegli?

R: Partiamo col dire che purtroppo non sono più una teenager (l’anno prossimo compirà 32 anni) ma mi sento ancora in forma e mi piace tanto giocare a tennis! Ho fatto tanta fatica con la riabilitazione ma il mio obiettivo era semplice: volevo di nuovo scendere in campo per giocare. Certo, la forza fisica di un corpo giovane fa sicuramente la differenza ma non sono da sottovalutare la passione sportiva e la mente. Sono determinanti e non possono essere associati né al presente né al passato, per questo non saprei scegliere tra Monica e Serena.

Deve scappare; la salutiamo con la convinzione che sia tornata più lucida e più determinata che mai. La ritroveremo, questa volta dal vivo, a Cagliari per la finale di Fed Cup, l’ultimo atto della stagione femminile delle ragazze di Barazzutti.

Photo Credits: lev radin / Shutterstock.com