blog
home / BLOG / LA STAGIONE DEL CAPPOTTO

LA STAGIONE DEL CAPPOTTO

Pubblicato il 27 settembre 2013

La stagione indoor entra nel vivo. Dopo esserci gustati l’ultimo Slam newyorkese con le vittorie dirompenti di Serena Williams e Rafael Nadal, ci apprestiamo a goderci gli incontri al coperto del 2013. Campi rapidi, scambi ancor più veloci e match importanti.

Sarà poi così? La domanda è legittima perché la stagione indoor è così corta e senza grandi sussulti che in tanti si interrogano sulla sua reale utilità. Partiamo per primo dai dati: calendario ATP alla mano, i campi al chiuso vivono con alcuni tornei di febbraio (per la verità diversi Master 250, esclusa la tappa di Rotterdam) prima di un lungo letargo che finisce in questi giorni. Dopo la sosta in terra di Russia a S.Pietroburgo della scorsa settimana, il circuito si sposta in Oriente (Kuala Lumpur e Bangkok) prima di riprendere l’aereo e tornare in Europa: Vienna, Valencia, Basilea (a casa di Federer), Parigi-Bercy per l’ultimo Master 1000 prima delle finali dei magnifici 8 di Londra. Stop. 

Esclusi gli ultimi due appuntamenti, i tornei al chiuso permettono ai giocatori di seconda fascia di approfittare del calo psicofisico dei tennisti di vertice. O troppo stanchi dopo le fatiche di un anno o troppo preoccupati per mantenere l’integrità fisica. I piatti ricchi (leggi gli Slam) sono ormai già andati e il Master di fine anno rappresenta solo la ciliegina sulla torta. Altamente ricompensata ma pur sempre una ciliegina.

Giocare nel palazzetto è rischioso anche per gli organizzatori. In passato, con un tabellone da 64 giocatori, i responsabili dei tornei hanno dovuto attrezzarsi anche con un campo 2, ovvero un palazzetto vicino che potesse compensare le partite giocate sul Centrale. Bene, oltre a un’evidente differenza di condizioni sportive – la superficie non sarà mai la stessa così come l’inclinazione delle luci per illuminare il terreno di gioco – si è assistito a partite con 10-12 spettatori (massimo). Non proprio il regno dello sport.

Una soluzione sta intrigando i vertici della racchetta. Fare tappe più brevi, quindi tabelloni ridotti, per permettere ad altre città di inserirsi nel già fittissimo calendario. Un’idea non prorio condivisa – eufemismo – dai clan dei tennisti.

Sarà la rinascita di Milano? Sotto la Madonnina, è bene ricordarlo, hanno sfilato campioni del calibro di Borg, McEnros, Vilas, Lendl, Edberg, Becker, Noah, Ivanisevic e Federer. Nessun voleva perdersi l’appuntamento indoor italiano; dopo una prima interruzione tra il 1997 e il 2001 la pallina tornò a palleggiare per qualche tempo sulle rive del Naviglio. Fino al 2005, anno dell’ultimo trionfo di Soderling. Da quel momento Milano perse la sua casellina nel calendario a scapito di Zagabria. 

Un grave mancanza per il tennis italiano e per tutto l’indotto del Nord Italia. Chi vi scrive si ricorda di quando, da bambino, usciva di casa con il cappotto pesante per andare a vedere una partita di tennis. Entrava nel palazzetto, dopo aver superato banchi fitti di nebbia, e ammirava i campioni sotto rete, sognando un giorno di poter essere al loro posto. 

Ora il cappotto è chiuso bene nell’armadio perché è diventato piccolo. Speriamo che il torneo di Milano possa uscire dal letargo della naftalina per tornare grande.