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UNA PALLINA CONTRO LA MURAGLIA

Pubblicato il 19 settembre 2013

Collezionano medaglie alle Olimpiadi quasi come fossero noccioline di SuperPippo eppure i Paesi asiatici, la Cina in particolare, non riesce ancora ad eccellere in due competizioni, collettive ed individuali: il calcio e il tennis.

Se per il pallone il movimento sta beneficiano anche di allenatori esperti come l’ex ct italiano campione del mondo in Germania Marcello Lippi, il mondo della racchetta è in perenne ritardo. Nella classifica ATP si possono leggere, accanto ai cognomi dei tennisti, nomi di piccole nazioni ma quasi mai quelle dei Paesi dell’Estremo Est. 
Escluso Kei Nishikori in dodicesima posizione per il Giappone, bisogna scorrere fino alla sessantaquattresima casellina per trovare Yen-Hsun Lu, di Taipei. 

Diverso, come ben sappiamo, il discorso in campo femminile. Na Li è più che una realtà tra le top-ten con la racchetta ma non è che il suo rapporto con la stampa nazionale sia dei più “gentili e amorevoli”. La conflittualità, oltre che con la carta stampata e televisiva, è estesa allo juguo tizhi, il sistema sportivo cinese di tutta la nazione. È uno strumento amministrativo basato su una rigida struttura statale, che gestisce e controlla completamente la preparazione e gli allenamenti degli atleti del Dragone, oltre che percepire una percentuale dei premi in denaro derivanti dalle loro vittorie nei tornei.

In passato il sistema è stato criticato dalla stampa nazionale (debolmente) e internazionale (con più forza) per i metodi utilizzati e per i trattamenti molto severi a cui sottopone gli atleti: alle ultime Olimpiadi disputate nella City di Londra, per esempio, si parlò a lungo del caso della tuffatrice Wu Minxia, alla quale – durante le settimane di allenamento – furono tenute nascoste importanti notizie di carattere familiare per evitare che potesse deconcentrarsi.

Li Na si scontrò a muso duro contro il sistema. Ha raccontato che una volta, quando aveva poco più che dieci anni, fu sul punto di crollare dalla stanchezza e si rifiutò di continuare ad allenarsi: per punizione fu costretta a rimanere in piedi e immobile durante gli allenamenti, e ci rimase tre giorni di fila, finché non disse all’allenatore di essersi pentita. Nella sua autobiografia ha raccontato anche che quando morì suo padre aveva 14 anni e stava giocando un torneo nella Cina del sud: l’allenatore sapeva ma non le disse nulla per diversi giorni, fino alla fine del torneo. «Il mio dolore più grande è non avercela fatta a salutarlo», ha scritto la tennista.

Perché un così rigido sistema non fa breccia nello sport con la pallina gialla? Ovviamente non c’è una risposta “scientifica”. Forse il fato ha voluto creare una barriera, verrebbe da dire muraglia, tra i giocatori cinesi e il circuito pro? 

Il tennis giunge nel Sol Levante, a livello di calendario, a stagione quasi conclusa. I tennisti sono “spremuti” da gennaio e vivono il post-US Open quasi come un periodo di tornei di fine anno. Attenzione, in molti casi danno punti importanti in classifica e soprattutto ricchi denari nel portafoglio. Non c’è però una vera attrattiva, oltre che di storia, con un torneo asiatico. 

Niente campioni, pochi tornei. La pallina sembra sbattere contro la muraglia.

Photo credits: Neale Cousland / Shutterstock.com