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L’AMBASCIATORE SPEGNE LE CANDELINE

Pubblicato il 11 settembre 2013

“Compio vent’anni per la quarta volta”. Già dall’inizio capiamo che la chiacchierata-intervista telefonica con Nicola Pietrangeli per i suoi 80 anni (auguri!) sarà di quelle da non annoiarsi.

Il più grande tennista italiano di sempre, inserito nella Hall of Fame Internazionale (per l’Italia solo Gianni Clerici può vantare tale privilegio), è un fiume in piena di parole. Ha la vivacità e la lucidità di un ventenne, oltre che la voce profonda da cinema. Ha portato lo sport azzurro ai suoi massimi livelli: due vittorie consecutive al Roland Garros nel 1959 e 1960 oltre alla Coppa Davis del 1976, ma su quella ci torneremo tra poche righe.

D: Pietrangeli, da Er Francia – suo primo nomignolo per le vie di Roma dopo il suo arrivo nella Capitale – ad oggi ha visto cambiare tutto: la città, il mondo, il tennis. Cosa ricorda di quei primi attimi, lei nato a Tunisi da mamma russa e papà italiano?
R: Beh, sono ormai ricordi da ragazzino, è passato molto tempo. Ricordo però una grande semplicità, sia nella città che tra la gente. Non voglio apparire da subito retorico ma tutto era più bello, tutto era molto meglio. La gente aveva lo sguardo diverso.

D: Lei è nato l’11 settembre, una data resa purtroppo famosa anche dalla tragedia di New York del 2001. Pochi sanno che esiste un altro 11 settembre: Cile, 1973. La presa di potere di Pinochet. Lei in Cile c’è stato con la nazionale per la finale vittoriosa di Davis tre anni dopo nel 1976. Si scrisse tanto (troppo) di quell’evento. Tennis e politica, cosa si ricorda di quella trasferta sudamericana?
R: Per prima cosa vorrei distinguere gli aspetti sportivi da quelli politici. A quell’epoca era facile sfruttare la notorietà della squadra italiana in trasferta in Cile per altri scopi. Alcuni basavano la loro carriera politica sugli interessi. Noi facevamo tutt’altra cosa.

D: Non fu una trasferta facile.
R: Facile? Diciamo che eravamo in pericolo, serio pericolo! Una situazione per nulla divertente se pensiamo che eravamo lì per disputare solo una finale di Coppa Davis.

D: Era il 1976, nel tennis è cambiato tutto. Lei che può vantare un traguardo prestigioso per l’Italia (164 presenze in Coppa Davis, record assoluto per la competizione) cosa pensa del movimento azzurro di adesso? Sbagliamo se pensiamo che sia impossibile per i prossimi vent’anni vedere un azzurro ai vertici mondiali? Abbiamo talenti ma non un Djokovic, un Nadal o un Federer.
R: Attenzione, le donne sono bravissime, gli uomini bravi ma un po’ meno. Siamo ancora nella serie A delle nazionali di Coppa Davis e questo è fondamentale. Abbiamo passato troppo tempo nelle serie minori, il posto dell’Italia deve essere nella serie A del tennis. 
Per quanto riguarda il campione, beh, se un certo Roger Federer fosse nato qualche chilometro più a sud si sarebbe chiamato, che ne so, “Federelli”. Ora potremmo parlare del grande campione italiano. La Svizzera non aveva nessuna tradizione tennistica ma si è trovata in casa questa gemma. Peccato. Ma è inutile continuare a rincorrere il super-campione italiano, non serve al movimento.

D: Ci dica la verità: lei si diverte ancora a vedere una partita di tennis? Recentemente è uscito uno studio del Wall Street Journal che segnalava come i match siano diventati lunghissimi ma non in termini di gioco effettivo. Insomma, i tennisti sono tutto tic e scaramanzia. Molti che si asciugano sempre il sudore, chi vuole una determinata pallina, chi mette le bottiglie d’acqua in fila vicino alla panchina...
R: Divertirmi? Generalmente no. Ora passerò per il vecchietto invidioso che rimpiange il passato ma in realtà il tennis è molto meno divertente. A molta gente piace, io faccio un po’ più di fatica ad appassionarmi alle partite di oggi.

D: Ai suoi tempi maschi e femminile praticavano uno sport “diverso”, c’era ancora una differenza di genere. Sbagliamo se pensiamo che Serena Williams potrebbe essere la numero 3 o 4 al mondo tra i maschi?
R: Guardi, diciamo che Serena Williams è l’Usain Bolt del tennis: vince sempre. Nadal, in campo maschile, anche se il computer delle classifiche non lo dice, è di gran lunga il numero uno. Di gran lunga. 

D: Le nostre ragazze trionferanno nella finale di Fed Cup? La Pennetta sembra rinata mentre Sara Errani subisce le pressioni del pubblico dopo lo splendido 2012.
R: Ce la possono fare, dipende molto anche dalla decisione della Sharapova se partecipare o meno dopo l’infortunio. Hanno comunque tutte le capacità per trionfare. Mi faccia però dire una cosa importante: si sottovaluta che sia una finale mondiale, le nostre ragazze stanno disputando una finale mondiale. Se fosse un altro sport, penso al calcio, il Paese si fermerebbe, compreso me che mi gusterei volentieri una partita che vale il titolo. Ci vorrebbe un pizzico di rispetto in più.

Come dargli torto. Anche se non possiamo vederlo fisicamente lo immaginiamo sorridente con i suoi inseparabili occhiali a spegnere candeline. 80 candeline.

Tanti auguri Nicola Pietrangeli, ambasciatore del tennis italiano.