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Arthur Ashe, il campione gentiluomo

Pubblicato il 20 marzo 2013

Quasi vent'anni fa, il 6 febbraio 1993, Arthur Ashe, uno dei migliori tennisti degli anni '70 e un autentico eroe della comunità afro-americana negli Stati Uniti, ci lasciò all'età di 49 anni. Per tutta la vita, questo attivista instancabile ha sempre votato la sua celebrità alle cause più nobili, anche al costo di sacrificare la sua carriera da atleta, che avrebbe meritato un albo ben più prestigioso dei tre titoli del Grande Slam portati a casa. Poco più di 20 anni fa moriva Arthur Ashe, una delle figure più popolari e rispettate nel mondo del tennis. 

 

Era il 6 febbraio 1993. A 49 anni, ha ceduto alla polmonite contratta a causa di un corpo ormai indebolito da dieci anni di AIDS. Quel giorno gli USA piansero non solo un atleta, ma un vero eroe. "Quando tutto questo sarà finito – disse un giorno – non voglio essere ricordato come un giocatore di tennis, perché non è un contributo sufficiente alla società." La sua richiesta è stata esaudita, dato che ancora oggi Arthur Ashe viene ricordato per la sua personalità e per le sue battaglie fuori dal campo oltre che per la sua carriera da tennista. 

 

Nato nel 1943 a Richmond, in Virginia, il talento del piccolo Arthur fu scoperto grazie a suo padre, un poliziotto incaricato di monitorare il più grande impianto sportivo della città. Un impianto particolare, riservato solo a persone di colore. La segregazione era una pratica ancora in vigore e, intenzionato a sviluppare il suo talento, Arthur Ashe fu costretto a trasferirsi, prima a St. Louis, Missouri, poi nella prestigiosa UCLA in California. E fu lì che per la prima ebbe la possibilità di giocare normalmente contro i bianchi e competere in tornei non limitati a persone di colore. Durante tutta la sua esistenza, Ashe avrebbe portato sempre nel suo cuore il ricordo di questo periodo terribile, lottando per ispirare il cambiamento in uno sport in quel momento particolarmente conservatore. I suoi successi al college non passarono inosservati: nel 1963, Arthur Ashe divenne il primo giocatore di tennis nero ad entrare nella squadra statunitense di Coppa Davis. 

 

Fu l'inizio di una vera e propria storia d'amore con questa competizione, che vinse quattro volte da giocatore e due volte come capitano. Nel 1968, ancora dilettante, vinse gli US Open contro l'olandese Tom Okker. A 25 anni, non era solo il giocatore ad essere maturato, Arthur Ashe diventava un uomo in tutti i sensi: con i soldi guadagnati dagli assegni vinti durante i tornei, Ashe crea una national league, un campionato di tennis aperto a tutti e ancora oggi esistente. Entra a far parte del gruppo di giocatori che fondarono l'ATP, l'attuale associazione di giocatori professionisti. E' in questo periodo che inizia una battaglia che porterà avanti per tutta la vita: la lotta contro l'Apartheid. Dalla vetta del mondo e avendo vinto il suo secondo torneo del Grande Slam, l'Australian Open nel 1970, Arthur Ashe si vede negare l'ingresso in un torneo sudafricano, a causa del colore della sua pelle: una situazione che non può accettare e che lo rende il leader del movimento anti-apartheid fino alla caduta del regime nel 1991. Insieme ai suoi molti impegni politici, il giocatore mette a tacere gli scettici nel 1975, quando in molti cominciano a criticare i suoi errori e le sue modalità di gestione delle sua carriera sportiva. Di fronte al suo connazionale, l'apparentemente invincibile Jimmy Connors, nella finale di Wimbledon, esce vittorioso da un incontro memorabile. "Un uomo buono è diventato un grande campione", disse la stampa del giorno, esaltando non solo la qualità del suo attacco, ma anche il genio tattico con cui interpretò la partita e con cui abbatté i luoghi comuni del tempo, compresa l'idea che gli atleti neri facessero più uso del loro fisico che della loro intelligenza per eccellere nello sport. 

 

A Wimbledon, nel tempio del tennis mondiale, Arthur Ashe divenne definitivamente uno dei più carismatici eroi afro-americani della storia, seguendo la tradizione di atleti come Jesse Owens, Tommie Smith, John Carlos e i boxer Joe Louis e Muhammad Ali . Più tardi, Ashe raggiunse la sua posizione più alta nel ranking, attestandosi a n°2 del mondo nel 1976. Alcuni problemi cardiaci lo costrinsero però a ritirarsi nel 1980. Cosa fece allora? Naturalmente abbracciò la causa dei malati di cuore, usando la sua popolarità per incoraggiare i giovani americani a condurre uno stile di vita sano. Fu nel 1983, proprio durante un'operazione al cuore, che ricevette una trasfusione di sangue infetto da HIV, di fatto scoprendolo solo nel 1988 e rivelandolo pubblicamente solo poco prima della sua morte. Gli ultimi dieci anni della sua esistenza furono tutt'altro che inattivi. 

 

Come commentatore tv, ha assistito all'ascesa del suo protetto Yannick Noah, che aveva individuato a Yaoundé, in Camerun nel 1971 e che aveva contribuito a portare in Europa. Ashe tenne anche dei corsi in università dal titolo “The black athlete in contemporary society", addirittura scrivendo a tal proposito un libro composto da tre volumi, ad oggi ancora utilizzato. Pochi mesi prima di morire, fu invitato dalle Nazioni Unite per presentare la Fondazione Arthur Ashe, realizzata in collaborazione con Magic Johnson, un altro eroe sportivo sieropositivo. "La battaglia giusta – diceva – è quella che si combatte fino alla fine. che si porta fino alla fine." Raramente parole e azioni sono state così strettamente legate.