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Fino alla caduta delle foglie

Pubblicato il 22 agosto 2012

E’ una strana via di mezzo, tra la lentezza-rilassante della terra rossa e la velocità-frenetica (forse di una volta…) dell’erba. Il cemento rappresenta l’autunno del tennis.

Dopo le sbornie di primavera “tutta rossa” tra Barcellona, Roma e Parigi e l’abbuffata estiva – quest’anno doppia – dei ciuffi londinesi, il circuito del tennis approda su una superficie tanto amata quanto di difficile interpretazione.

Velocità di pallina ma anche di movimento. Non una precisa strategia di gioco, l’attesa da fondo per la terra o l’attacco verso rete per l’erba. E’ una via di mezzo ibrida tra grandi “avanzatori” e formidabili rimbalzisti.

E’ vero, le differenze tra torneo e torneo rimangono perché come la terra può essere più o meno veloce anche un terreno colorato di cemento può spostare equilibri. Quello che però piace è il suo carattere “universale”: non regala particolari vantaggi, non fa emergere particolari debolezze.

Lo potremmo paragonare a una corsa di Indy, quella in cui tutti i piloti hanno la stessa macchina, lo stesso telaio e lo stesso motore. E’ il pilota che fa la differenza. Così sul cemento: se il servizio è potente rimane tale, non rallenta con il rosso e non si velocizza con il verde (l’analogia con il semaforo è immediata).

Visto che è l’atleta a fare la differenza la sua condizione fisica è fondamentale, ancor di più che sulle altre superfici. Se Parigi ti può stancare per la sua infinità di palleggi, un giocatore non al top della forma può sostare a fondo campo e giocarsela a “chi primo che sbaglia perde”. Se Londra ti può aiutare con l’attacco e la voleè, New York non ti può venire incontro: bisogna correre! Da un punto all’altro del campo, perché la smorzata non si ferma come a Roma, perché il servizio non sarà così potente come al Queens.

E’ il tennis-nudo, senza particolari mutamenti. E’ il tennis di fine estate. E’ il tennis che ci porterà a braccetto fino alla caduta delle foglie.