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L’erba (non) di Grace

Pubblicato il 21 giugno 2012

I bambini si rotolano sopra, noncuranti di diventare verdi come i Visitors. Le pecore se la mangiano.
Noi abbiamo deciso di giocarci sopra. E’ il mese dell’erba.

Della durata (temporale) della chiusura delle fabbriche anni ‘70 in Italia ad agosto, il tennis abbandona la torrida terra rossa per spostarsi sui ciuffi verdi, soprattutto inglesi. Mai cambio di gioco, contesto e stile è più marcato.

E’ vero, con il favoloso tunnel sotto la Manica, le distanze tra una brioche a Parigi e una confezione unta di fish&chips a Londra sono ormai irrisorie. Nemmeno il tempo di leggere Le Monde con calma.

Sui campi, però, la distanza che separa Luigi XIV e la dinastia dei Tudor è abissale.
Palline che schizzano e non si addormentano, scambi più rapidi, qualche giocatore “lunare” che pratica ancora il serve&volley e non sta ancorato a fondo campo. Solo i veri campioni riescono ad adattare il loro stile di gioco su superfici così opposte.

A parte piccoli tornei di “riscaldamento”, tutti aspettano Wimbledon.

La tradizione fatta campo. Quello che un tempo era la casa vittoriosa di inglesi ed australiani.
Il verde dei campi e il viola del country club. Il bianco candido di giocatrici e giocatori.
Il grigio del cielo sopra Londra e lei, la pioggia, che non ci dimentica quanto possa essere fastidiosa ma affascinante (i ragazzi che coprono il centrale con un telone in meno di 30 secondi sembrano dei robottini automatizzati).

A Wimbledon si vive in un’altra epoca.