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Ascoltando Puccini

Pubblicato il 30 marzo 2012

Premessa fondamentale: non diteci (in anticipo) che siamo retrò.

Chiunque di voi vorrebbe rivedere un film in bianco/nero di Totò (siate sinceri!), quanti sono affezionati alla tovaglia a scacchi bianca/rossa per i pranzi in famiglia della domenica (quanti ricordi!). Ti rimangono “sottopelle” e ogni volta che si ha il piacere di riviverli è come se fosse la prima.

Noi, nel tennis, siamo nostalgici della volèè maschile. Di quelle corse a rete forsennate per chiudere velocemente il punto. I tuffi dei giocatori (alcuni avrebbero meritato il podio alle Olimpiadi) che cercano di contrastare i passanti avversari. Gli scambi ravvicinati.

Come se i duellanti passassero dalla spada al fioretto.

La volèè era la chiusura naturale del punto. Come scoprire l’assassino di un romanzo di Agata Christie.

In una lontana telecronaca durante un match di Wimbledon un commentatore australiano, rivedendo il replay di uno scambio, paragonò la danza dei tennisti sotto rete ad un valzer ottocentesco.

Ecco. A noi piacerebbe volare con la fantasia. Rivestire i giocatori con la polo a manica lunga. Dar loro una racchetta. Accendere un grammofono che diffonda a tutto lo stadio le note della Bohème di Puccini. E vederli giocare d’attacco, con eleganza.

Il tennis pre era industriale. Quello in cui i giocatori non rincorrono la pallina da destra a sinistra ma cercano di chiudere il punto al terzo scambio. Andando dritti verso la meta.

Stefan Edberg (il nostro preferito) negli anni ‘90 forse aveva fatto un patto con il diavolo: se dopo 10 secondi di scambio non era andato ancora a rete doveva pagare una penale!

I “volleatori” di oggi sono pochini e più per necessità che per virtù.

Ma, come vi avevamo detto in apertura, siamo nostalgici e speranzosi.

Sogniamo il ritorno dell’eleganza d’attacco. Nel frattempo, continuiamo ad ascoltare Puccini….