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Medvedev e Tsonga, terra e cielo

Pubblicato il 25 maggio 2022

Daniil Medvedev comincia bene la sua avventura nello Slam sulla superficie che lo ha (quasi) sempre respinto. Ma la giornata a Parigi è dominata dalle lacrime e dalle emozioni dovute al ritiro di un grande del tennis francese, Jo-Wilfried Tsonga.

L’ultima sua vittoria sulla terra battuta risaliva giusto a un anno fa, primo turno del Roland Garros 2021. Daniil Medvedev non ha mai nascosto di non amare la superficie della fatica. Non perché non voglia faticare, bensì perché il suo tennis, sul lento, si ritrova spuntato, senza quella spinta che invece può vantare sul duro e – in parte – sull’erba. Il moscovita emigrato in Francia ha esordito senza problemi, in questa edizione dello Slam parigino, e se l’argentino Facundo Bagnis (liquidato in tre set comodi) non può rappresentare un esame davvero significativo, ci sono le parole di Daniil a far pensare che il numero 2 del mondo possa essere competitivo anche contro i migliori.

“Al Roland Garros non mi trovo male – ha spiegato – perché qui la terra è un po’ diversa rispetto agli altri tornei sulla stessa superficie. È più rapida, la palla rimbalza più bassa, si adatta meglio al mio tennis. Mi è già capitato di giocare buoni incontri e battere avversari di valore in altri eventi sul rosso, ma per farlo devo essere concentrato al cento per cento sul mio gioco, sbagliando il meno possibile. Mi sento pronto, anche perché fisicamente sono in ottime condizioni”.

DANIIL ALLA PROVA DJERE

L’ottimismo di Medvedev si ferma qui, perché poi arriva una riflessione decisamente meno positiva. “Generalmente – aggiunge il russo – nelle prime due settimane in cui gioco su terra sento di poter perdere con tutti, compresi i ragazzi con i quali a volte mi alleno alla Mouratoglou Academy. Alcuni di loro sono juniores, senza punti Atp, eppure faccio fatica. Poi, se fisicamente sto bene, piano piano cresco e va meglio”.

Il secondo turno, per Daniil, sarà un test più probante: di fronte a lui ci sarà Laslo Djere, serbo con un carattere duro, scolpito da un’esistenza non semplicissima. La terra è la superficie migliore, per il 26enne nato a Senta, come dimostrano i due titoli Atp vinti sul rosso di Rio (2019) e in Sardegna, a Santa Margherita di Pula (2020). Per questo, la partita è tutto tranne che semplice, per la testa di serie numero 2. Con un’altra vittoria convincente, allora sì che Medvedev potrebbe cominciare a pensare seriamente a un Roland Garros da protagonista.

HOLGER RUNE CRESCE

Insieme a Medvedev, negli allenamenti, di recente è sceso in campo spesso Holger Rune, il danese che ormai non è più una promessa ma una certezza del circuito. A 19 anni, Rune è già numero 40 Atp, ma a giudicare dal modo in cui ha battuto Denis Shapovalov, senza dare chance per due set al talento canadese, potrebbe salire molto molto più in alto, e farlo in tempi più rapidi di quanto si pensava.

“Ho sempre creduto tanto in me stesso – ha detto il danese – e sono particolarmente felice di questa mia prima vittoria in una partita di uno Slam, perché l’ho conquistata ai danni di un giocatore tra i più forti del mondo, che proprio nei Major di solito si sa esprimere al meglio. Allo Us Open, lo scorso anno, avevo giocato subito contro Djokovic: quell’esperienza mi è servita, in quella fase della mia crescita è stata importante, anche se per il momento non mi dispiace evitare i più forti”.

In realtà Holger, con quella sana arroganza che si ritrova in dote dalla nascita, dei più forti non ha nessuna paura. Al contrario, pare che l’esame dei top players lo esalti, che proprio il contatto con i migliori tiri fuori quella goccia in più di determinazione capace di farlo volare. Magari non sarà questo Roland Garros, il torneo della consacrazione definitiva, ma c’è da scommettere che il momento di Rune il freddo (o il caldo, a seconda di quale lato del carattere andiamo a toccare) non tarderà troppo ad arrivare.

TSONGA, ADDIO CON LACRIME

Ma la giornata parigina è stata in qualche modo monopolizzata da una sconfitta, che ha coinciso con un addio. Jo-Wilfried Tsonga ha giocato un ultimo match di grande spessore e di grande coraggio, contro Casper Ruud. Un po’ come è stata tutta la sua carriera, di altissimo livello senza l’acuto capace di farlo passare alla storia. E pensare che quella finale del 2008 in Australia, persa in quattro set contro Novak Djokovic dopo aver dominato in semi Rafael Nadal, sembrava la prima di tante. Sarebbe rimasta l’unica, con tanti altri match finiti nel lungo elenco dei rimpianti. Quello più grande, forse, di nuovo contro Djokovic nei quarti di Parigi 2012: un vantaggio di due set a uno, un quarto perso al tie-break e poi un quinto ceduto per scoramento.

Tsonga, amato in patria ma pure fuori per il suo gioco brillante e le sue fattezze da nuovo Yannick Noah, lascia il tennis a 37 anni con un best ranking di numero 5, con 18 titoli Atp (di cui due ‘mille’), con una Davis (nel 2017) e un argento olimpico (nel 2012). Un bottino che avrebbe fatto felice chiunque, ma che non poteva far felice un Paese come la Francia, abituato alle grandi imprese. Lui l’ha patita, questa attesa perenne nei suoi confronti, e pure tanto in certi periodi della carriera. Poi ha deciso di essere contento comunque, anche senza Slam, anche senza numero 1 del mondo. Obiettivi che nell’epoca dei Fab Four non erano esattamente alla portata di tutti.

IL BILANCIO CONTRO I FAB FOUR

Il suo rapporto con i quattro fenomeni degli anni Duemila, tuttavia, gli ha regalato anche delle gioie. Il bilancio con Novak Djokovic, per esempio, parla di 6 vittorie (a fronte di 17 sconfitte). Stesso bottino contro Roger Federer, ma in sole 18 partite, mentre contro Rafael Nadal è arrivato un poker di successi su un totale di 14 confronti, con quel match di Melbourne 2008 che tuttavia vale molto più di una singola partita. Infine, contro Andy Murray, ci sono in tutto 3 vittorie e 14 sconfitte.

Certo, avrebbe potuto vincere di più, come si dice di (quasi) tutti i grandi talenti, ma le lacrime di Jo e il tributo riservato dai colleghi e dal pubblico nell’umido pomeriggio di Parigi dimostrano che per essere grandi non serve necessariamente vincere tanto. Serve lasciare un’emozione come ricordo del proprio passaggio.