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Coppa Davis, ATP Cup, Billie Jean King Cup: è sempre Russia

Pubblicato il 6 dicembre 2021

Daniil Medvedev e Andrey Rublev non hanno rivali e conquistano l’Insalatiera, ma quello della Russia è soprattutto il trionfo di un sistema. La Davis dà appuntamento al 2022, ma per il momento senza certezze sulle sedi delle Finals.

Hanno vinto la Billie Jean King Cup con le ragazze, hanno vinto l’ATP Cup e la Coppa Davis con gli uomini. Proprio nell’anno in cui non hanno potuto esibire la loro bandiera e il loro inno, a causa delle sanzioni per il presunto doping di stato. Quando si parla di tennis a squadre, oggi, i campioni del mondo hanno un solo colore, il rosso vivo della Russia, o meglio della Russian Tennis Federation. Daniil Medvedev e Andrey Rublev hanno dominato la finale contro la Croazia come avevano fatto per la semifinale contro la Germania, evitando di arrivare a giocarsi tutto in quel doppio che avrebbe visto Mektic e Pavic favoriti.

Hanno vinto la Davis, i russi, perché oggettivamente erano la squadra più forte. Medvedev è numero 2 Atp, Rublev è numero 5. Nessun altro team presente alle Finals poteva vantare uno schieramento del genere, e nemmeno uno che gli si potesse avvicinare. O meglio, una formazione all’altezza ci sarebbe pure stata, l’Italia di Matteo Berrettini e Jannik Sinner, almeno prima che Matteo si facesse male durante il match d’esordio alle Nitto ATP Finals di Torino. A quel punto, con il nostro numero 1 out, ha cominciato a prendere forma il trionfo russo.

NON SOLO MEDVEDEV E RUBLEV

Un trionfo che non è solo dei due protagonisti delle sfide decisive, Medvedev e Rublev, ma di un sistema intero. Se pensiamo che a Madrid, come riserve, c’erano Aslan Karatsev (18 al mondo) e Karen Khachanov (29, ma con un passato recente da numero 8). Insomma, a voler ben guardare, anche con la squadra B la RTF avrebbe fatto la sua bella figura, e non a caso alla fine tutti hanno rimarcato la bontà del gruppo.

Un’armonia che ha aiutato a trovare unità d’intenti e motivazioni forti, al di là dei traguardi personali già raggiunti o ancora da raggiungere. Il tutto sotto la guida del capitano più esperto e più longevo al mondo. Shamil Tarpischev, 73 anni, meriterebbe un libro piuttosto che un semplice articolo. Uscito indenne attraverso il traumatico passaggio dall’Unione Sovietica alla nuova Russia, Tarpischev è membro del Comitato olimpico internazionale, è stato (e per certi versi è tuttora) un politico, ma è soprattutto un grande conoscitore del mondo del tennis.

CAPITAN TARPISCHEV, L’ARMA IN PIÙ

“Ho fatto da capitano anche a Metreveli – ha detto con il suo solito carisma, che gli permette di usare i giocatori come traduttori dal russo all’inglese – e da allora ho visto passare tanti campioni: non mi sorprende che la Russia continui a produrre grandi giocatori. Non mi sorprende questa vittoria”. Tarpischev è la garanzia che nessuno finisca per volare troppo alto, troppo sopra ai compagni. Non lo ha fatto Medvedev, malgrado le sue uscite provocatorie, non lo ha fatto Rublev (che mantiene sempre un profilo basso) e non lo farà nessuno fino a che lui manterrà quella panchina.

Tutti i russi sono emigrati all’estero per costruire la loro carriera, ma in questo non c’è nulla di strano e soprattutto non è l’allontanamento fisico che allontana i loro cuori dalla Madre Russia. Al contrario, chi sta lontano spesso avverte ancora di più l’attaccamento per la patria, che nel Paese più grande del mondo è ancora un concetto molto concreto e presente nella società. Medvedev e compagni ne sono perfettamente consapevoli. Per questo, prendono le competizioni a squadre come degli Slam. Non a caso, avevano già vinto l’ATP Cup in gennaio, e a Madrid non hanno fatto che confermare la loro supremazia.

IL PRIMO TITOLO DI UNA SERIE?

“Qualcuno – ha ricordato Medvedev in una delle sue uscite da showman – tempo fa ci chiese quante Davis andremo a vincere con questo gruppo. Adesso cominciamo a poter dare una risposta”. Se Rublev ha balbettato durante i primi incontri, tanto da aver perso contro il quasi pensionato Feliciano Lopez, è stato proprio Medvedev a rappresentare la certezza. Su un campo mediamente rapido, ma con l’aiuto dell’altitudine (Madrid si trova su un altopiano, tra i 700 e gli 800 metri), Daniil ha trovato le condizioni ideali per esprimere il suo tennis migliore.

Contro Marin Cilic ha rischiato qualcosa nel primo set perché il croato stava giocando tatticamente in maniera perfetta, cercando di non dare ritmo a un rivale che sul ritmo va a nozze. Poi, però, il russo ha cambiato marcia, cominciando da una pazienza che in passato non sempre ha avuto. Per completare il lavoro, ci ha messo pure un ottimo rendimento al servizio e la solita difesa, con quel rovescio ‘aspirapolvere’ che raccoglie tutto, ma proprio tutto, quello che arriva dalle sue parti.

Rublev, contro Gojo, è stato attento quando il croato ha provato ad allungare la partita, affidandosi al servizio e a quel coraggio che gli aveva consentito di vincere i tre precedenti incontri delle Finals di Coppa Davis. Pure Andrey ha rischiato qualcosa, ma pure lui alla fine si è rivelato semplicemente più forte di un rivale che ugualmente esce da questa settimana con la fiducia a mille.

ABU DHABI PER IL 2022?

Così, con i singolari e senza bisogno del doppio, si è chiusa la Coppa Davis del ritorno, dopo l’anno di sospensione a causa della pandemia. L’appuntamento è per il 2022, ma non è ancora del tutto definito.

Non si sa dove si giocheranno i gironi (che saranno quattro, da quattro squadre ciascuno, tutti in Europa), non si sa con certezza quale sarà il teatro della fase finale, anche se Abu Dhabi pare in pole position. In quel caso, la Davis finirebbe non lontano dal Qatar, dove si giocheranno (tra novembre e dicembre) i Mondiali di calcio. Un approdo quasi naturale, per quella che dal 2019 hanno ribattezzato – sotto la spinta del calciatore Gerard Piqué – la ‘Coppa del mondo del tennis’.