blog
home / BLOG / Flavia Pennetta candidata alla Hall of Fame

Flavia Pennetta candidata alla Hall of Fame

Pubblicato il 15 ottobre 2021

Flavia Pennetta potrebbe diventare la terza rappresentante italiana (ma la prima donna) a entrare nella Hall of Fame. Dai trionfi in Fed Cup all’approdo fra le top 10, per chiudere con il magico Us Open 2015: ci sono tante ragioni per ritenerla determinante nel processo di crescita del tennis azzurro.

Raccontare Flavia Pennetta dopo che è stata candidata ufficialmente per l’ingresso nella Hall of Fame è come fare un tuffo nel passato recente del tennis italiano e scoprire che tutto quel bendidìo che stiamo vivendo oggi, in fondo, è partito anche da lei. Non è certo che uno degli ‘oscar’ del tennis finisca per premiare la brindisina, ma è certo quello che lei ha rappresentato per il movimento tricolore: un momento di svolta e una iniezione di fiducia senza pari. Una spinta a credere di potercela fare.

Il momento esatto, se vogliamo individuarne uno, non è quello (magico) degli Us Open 2015. Perché quella è la meravigliosa fine della storia, giunta al termine di un percorso iniziato tanti anni prima, e che aveva già ispirato un’altra italiana – Francesca Schiavone – per la conquista del primo Slam in rosa della nostra storia. No, il momento esatto è il 17 agosto del 2009, quando Flavia entra per la prima volta nelle top 10. Nessuna italiana prima di lei ci era mai riuscita, e i colleghi maschi erano fermi ai fasti degli anni Settanta. I top 10 in sostanza erano un tabù, e Flavia ebbe il merito di farlo crollare.

LE FED CUP CON SCHIAVONE, ERRANI E VINCI

Prima ancora, era il 2006, un’altra impresa aveva fatto pensare che il tennis italiano avrebbe potuto cambiare direzione in modo radicale. La squadra di quella che all’epoca si chiamava Fed Cup riuscì nel miracolo di vincere la competizione a squadre più importante al mondo. La ‘Davis delle donne’ non aveva lo stesso appeal dell’omologa maschile, eppure a vincerla erano comunque – di norma – le grandi potenze del circuito, e fino a poco tempo prima nessuno si sarebbe potuto attendere un’Italia sul tetto del mondo.

Flavia fu determinante per il successo in semifinale nella fornace di Saragozza, contro la Spagna. Poi in finale, con un polso dolorante, riuscì comunque a tenere testa a Justine Henin, pur senza arrivare a batterla. A portare le azzurre al trionfo furono Francesca Schiavone, Mara Santangelo e Roberta Vinci, ma quel titolo – come gli altri tre che sarebbero arrivati negli anni successivi – era frutto soprattutto della solidità di un gruppo meraviglioso supportato dal capitano Corrado Barazzutti.

DA MILANO ALLA SPAGNA: GLI ANNI DEI DUBBI

Non è stata una parabola lineare, quella di Flavia Pennetta, e paradossalmente proprio per questo i suoi successi nella seconda parte di carriera hanno acquisito ancora più valore. Da giovane si era messa in luce come una promessa, da Junior aveva vinto il Roland Garros in doppio insieme a Roberta Vinci, ma prima di cominciare a vincere tra le professioniste aveva dovuto passare attraverso un periodo di dubbi e difficoltà di vario genere.

Difficoltà legate alla salute (il tifo contratto quando ancora si allenava a Milano, che la costrinse a un duro percorso di recupero), difficoltà sentimentali (la fine di una relazione che sembrava molto solida con il collega Carlos Moya), difficoltà nuovamente dettate dal fisico, con un’operazione al polso che la tenne ferma a lungo. Flavia ha sofferto in silenzio, lontano dai riflettori e rifuggendo la curiosità morbosa della stampa, lasciando uscire tutto solamente anni dopo, nel momento in cui ha deciso di pubblicare la sua autobiografia.

Passando da Milano alla Spagna, trovando in Gabriel Urpi la propria guida nel Tour, la pugliese ha cambiato radicalmente la propria vita e ha dato una svolta decisiva alla carriera. Ha capito non solo come giocare bene – quello lo aveva imparato in precedenza – ma pure come vincere. Ha capito come gestire le situazioni più complesse, come fornire alle avversarie dei problemi complicati da risolvere. Nel 2004, dopo aver dovuto abbandonare il sogno olimpico, ha vinto il suo primo titolo Wta a Sopot, e da quel momento ha cominciato la sua scalata.

IL DOPPIO COME ARMA SEGRETA

In tutto il percorso di Flavia c’è un altro segreto che poi tanto segreto non è, ma che forse in pochi hanno preso in considerazione, pochi hanno legato alla sua esplosione ai massimi livelli: il doppio. Alla brindisina è sempre piaciuto, perché lo giocava con meno pressione rispetto al singolare e perché le permetteva di esprimere la sua fantasia. Fin dal trionfo parigino tra le Under 18, ha ottenuto risultati significativi, e a un certo punto quell’impegno è diventato talmente importante da rubare la scena al singolare.

Già nel 2005 arrivò la prima finale Slam, agli Us Open insieme alla russa Elena Dementieva, mentre nel 2011 giunse persino la vittoria in Australia, con l’amica Gisela Dulko, la stessa con la quale tre mesi prima aveva vinto le Finals di specialità a Doha. Risultati che valsero all’azzurra la prima posizione in classifica mondiale, raggiunta il 28 febbraio, un mese dopo il trionfo di Melbourne. Anche in quel caso, si trattava di una prima assoluta, perché le altre due italiane in grado di approdare sul tetto del mondo sarebbero arrivate dopo di lei: Sara Errani il 10 settembre 2012, Roberta Vinci il 15 ottobre dello stesso anno.

IL CEMENTO AMERICANO, LA SECONDA CASA

Flavia è stata (ed è ancora oggi) amata dal pubblico di ogni parte del mondo, senza eccezioni. Ma c’è un Paese che più di ogni altro ha segnato la sua carriera: gli Stati Uniti. A Los Angeles nel 2009 ha centrato un ‘Premier’ che fino a quel momento rappresentava il torneo più importante conquistato in carriera, lasciapassare verso le top 10. Poi nel 2014 a Indian Wells, dove arrivò senza particolari aspettative, alzò al cielo la coppa di uno degli eventi più prestigiosi al mondo. E infine nel 2015 si prese gli Us Open, vivendo le sue due settimane da favola e sorprendendo tutti con l’annuncio del ritiro durante la premiazione.

A New York aveva già colto i risultati migliori a livello Slam – quattro quarti di finale, il primo nel 2008, e una semifinale – ma nel 2015 seppe mettere assieme finalmente al momento giusto tutti i pezzi del puzzle. Fece fuori Stosur, Kvitova e Halep per trovarsi in finale contro la stessa giocatrice che insieme a lei aveva vinto quel Roland Garros di doppio, 16 anni prima: Roberta Vinci. Flavia seppe mantenere i nervi saldi, più dell’avversaria; seppe gestire la tensione di un match così strano, così delicato sotto ogni punto di vista. E alla fine, messo a terra l’ultimo quindici, pensò che sarebbe potuto bastare. Che era il caso di mettere la parola fine, proprio all’apice del successo e della felicità.

GLI ALTRI ITALIANI NELLA HALL OF FAME: PIETRANGELI E CLERICI

Flavia – best ranking di numero 6 Wta – punta a diventare la prima donna italiana nella Hall of Fame, dove già ci sono due connazionali, Nicola Pietrangeli (dal 1986) e Gianni Clerici (dal 2006). Non è scontato che accada, perché insieme a lei ci sono altre candidate di prestigio, in particolare Ana Ivanovic, la serba che vinse il Roland Garros e diventò numero 1 del mondo nel 2008.

Anche i tifosi – votandola – potranno contribuire in piccola parte a consegnarle l’immortalità tennistica, ma in realtà la signora Pennetta, oggi 39enne, ha già trovato il suo vero premio nella vita che voleva. Una vita che adesso la vede a fianco del marito Fabio Fognini, madre di Federico (chiamato così per ricordare l’amico Luzzi, scomparso troppo giovane) e Farah, con un terzogenito in arrivo. La donna che ha cambiato per sempre il tennis tricolore ha dimostrato lungo tutta la propria storia una forza e una serenità rare. Entrare nella Hall of Fame, in fondo, sarebbe solo un modo per certificare a livello globale quel ruolo che l’Italia le ha già assegnato da tempo.