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Mike Agassi e gli altri, storie di genitori e figli

Pubblicato il 1 ottobre 2021

La scomparsa di Mike Agassi riporta d’attualità la figura controversa di un padre che ha segnato profondamente la carriera e la vita del figlio. Nel tennis ci sono tanti esempi di vicende complesse legate al rapporto genitori-figli. Vicende che meritano di essere conosciute per evitare che si ripetano gli stessi errori.

Un milione di palline colpite in un anno e diventerai un campione. Lo diceva papà Mike al piccolo Andre Agassi, quando il Kid era davvero un bambino e non aveva idea di quello che sarebbe stato il suo futuro. Mike, boxeur iraniano emigrato negli States, è stato uomo controverso ma decisivo, nel modellare la carriera di uno dei personaggi più iconici della storia del tennis, e allo stesso modo nel rivoluzionare tutto il mondo della racchetta.

Con la sua scomparsa, torna alla memoria ciò che Andre ha scritto nella sua straordinaria e pluripremiata autobiografia, Open: dal drago sparapalle a tutti quei momenti in cui colui che sarebbe diventato numero 1 del mondo si trovò a odiare il genitore e ciò che stava facendo per provare a costruirsi un avvenire di successo.

L’argomento è sempre d’attualità, perché il tennis più di ogni altra disciplina ha visto spesso i genitori nel ruolo scomodo di coach. Un ruolo a volte cercato dagli stessi figli, altre volte necessario per scarsità di risorse, a volte imposto da padri e madri troppo attaccati al loro orgoglio per concedere ad altri la chance di guidare la carriera e la crescita dei pargoli.

Il punto è che per alcuni, pochissimi, che hanno avuto successo, ce ne sono tanti altri (ben nascosti) che non ce l’hanno fatta. E spesso quei rapporti sono poi diventati complicati da gestire anche nella vita quotidiana, al di fuori del campo da tennis. Dunque la domanda è inevitabile, malgrado una risposta sia pressoché impossibile da mettere nero su bianco: ne vale la pena?

MIKE E ANDRE AGASSI

La storia di Mike e Andre Agassi è stata rivelata in tutte le sue difficoltà e le sue contraddizioni in quell’opera di grande qualità letteraria che è Open, l’autobiografia scritta da Andre insieme al premio Pulitzer J.R. Moehringer, lo stesso giornalista-scrittore dietro al successo del libro bomba del Principe Harry. Open è stato per molti il passaggio rivelatore di un mondo sommerso, molto diverso da quello dorato che si vedeva in superficie.

L’odio che Andre diceva di provare per quello sport divenuto ormai lavoro e ossessione era anche un odio nei confronti del genitore che per lui aveva già previsto tutto. Mike Agassi avrebbe poi risposto a sua volta con la propria versione dei fatti in una successiva autobiografia, ‘Indoor’, ma in realtà nessuna risposta avrebbe mai potuto cancellare quel racconto così crudo e per certi versi violento mostrato dal figlio nel suo libro-confessione.

Il Kid di Las Vegas è diventato in effetti quello che il padre aveva sempre sognato, non soltanto numero 1 del mondo ma pure un personaggio in grado di rompere gli schemi fino a quel momento molto rigidi della scuola tennistica mondiale. Al di là dei meriti successivi di Nick Bollettieri, fu Mike a forgiare quell’anticipo nel colpire la palla che avrebbe fatto di Andre una rivoluzione vivente.

IL TALENTO COME RIPETIZIONE

Il talento come idea di una ripetizione portata all’estremo, dunque, si palesò per davvero. Ma quanto c’era di innato in Agassi junior, per far sì che Agassi senior potesse portare a compimento il proprio piano? Impossibile dirlo, ovviamente, ma nella questione si cela tutta la difficoltà di chi vorrebbe rendere questa storia riproducibile, e poi si scontra con una realtà diversa. Quanti padri (o madri) hanno preso ad esempio gli Agassi per creare una vicenda paragonabile, e sono finiti – nella migliore delle ipotesi – per rompere il loro rapporto?

Anche Andre si era rotto, in realtà, ma si era rotto dentro e faceva di tutto perché il mondo che lo guardava ammirato non se ne accorgesse. Dietro alle sue discese (e risalite), dietro alle sue complessità caratteriali e alle sue storie extra campo da bad boy, c’era un ragazzo che soffriva molto più di quanto potesse gioire per un trionfo. Nessuna gioia, in fondo, avrebbe mai compensato il dolore provato per qualcosa fatto contro la propria natura.

RICHARD WILLIAMS, SERENA E VENUS

Sempre in America, qualche anno dopo, toccò a un altro padre fare la rivoluzione, stavolta tra le donne. Richard Williams è stato per certi versi un padre simile a Mike, per altri profondamente diverso. La sua voglia di riscatto sociale fu proiettata sulle figlie ma fu anche un modo per proteggerle, come quando si trovò a fare letteralmente a pugni per avere un campo a disposizione nel quartiere di Compton, dove gli spari erano all’ordine del giorno.

Fu duro, Richard, molto duro. Ma Serena e Venus non lo hanno mai odiato, non hanno mai voluto scappare da quel tentativo, riuscendo invece a viverlo come un’impresa di famiglia, votata al sacrificio per procurarsi una vita migliore. Anche Richard è stato un cultore del talento come ripetizione, anche Richard è stato criticato fortemente per i suoi metodi, nonché per i suoi modi non proprio teneri di rapportarsi con l’ambiente. Ciò che lo divideva da Mike Agassi era il rapporto umano con le figlie, aiutato da un ambiente attorno a loro che ha cementificato la famiglia riparandola per quanto è stato possibile dai pericoli che si trovavano fuori dalla porta di casa.

I PADRI PADRONI, I CASI PIERCE E PEREZ ROLDAN

Proprio nel circuito femminile c’è sempre stata abbondanza di padri-allenatori. Da Peter Graf a Walter Bartoli, da Damir Dokic a Jim Pierce, sono molte le storie che possono essere considerate di successo se guardiamo al campo, ma poi nascondono un retroterra fatto di contraddizioni e di lotte interne alla famiglia. “Ho giocato a tennis – ha scritto di recente Mary Pierce – perché non avevo scelta. Ho dovuto vincere perché altrimenti mio padre sarebbe diventato violento e avevo paura di quello che sarebbe successo. La paura era il sentimento dominante”. Un rapporto ricucito solo prima che Jim morisse, con Mary che fu capace di perdonare il genitore e di accompagnarlo con la sua vicinanza negli ultimi momenti della vita.

Non dissimile, anzi forse peggiore, è la storia di Damir e Jelena Dokic. Mentre tra gli uomini hanno destato scalpore le recenti dichiarazioni di Guillermo Perez Roldan, ottimo giocatore argentino a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, picchiato e maltrattato dal padre lungo tutto l’arco della sua carriera, nella quale riuscì ad approdare fino al numero 13 Atp vincendo nove tornei in singolare. In occasione della nascita del primogenito, il sudamericano ha voluto rendere pubblica la vicenda col genitore, per sensibilizzare su quanto sia importante un corretto rapporto coi figli che provano a diventare sportivi di alto livello.

LA VOLONTÀ DEI RAGAZZI COME PRIORITÀ

Ancora oggi, in un mondo dello sport professionistico che è diventato iper-specializzato su ogni fronte, c’è ancora chi prova a mantenere tutto in famiglia, chi prova a dedicarsi alla crescita dei figli sotto ogni aspetto, dall’educazione scolastica a quella sportiva. Di per sé non rappresenta un problema, a patto che il rapporto si mantenga sano. Che vuol dire evitare di trasportare sui figli i desideri irrisolti dei padri e delle madri.

Che vuol dire avere ben chiaro quali siano le volontà dei ragazzi, a prescindere dalla loro età e dalla loro maturità. Tante storie raccontano di comportamenti sbagliati che portano – grazie al talento innato – ad avere risultati. Ma bisogna soprattutto andare a scovare quelle storie sbagliate che rimangono sbagliate per sempre e che non emergono mai. Per uno su un milione che finisce in gloria, e magari comunque con una famiglia spezzata, ce ne sono tanti altri che finiscono per perdersi. Ne vale davvero la pena?