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Paolo Lorenzi, l’ultimo torneo

Pubblicato il 25 agosto 2021

La sua prima partita da professionista l’ha giocata nel giugno del 1997, quando Matteo Berrettini – a cui ha fatto da sparring a Wimbledon – era un bebè e Jannik Sinner non era ancora nato. Eppure, Paolo Lorenzi è ancora qui, 24 anni più tardi, a fornire un esempio concreto di cosa significhi la parola passione. In dicembre festeggerà i 40 e il suo futuro è già più che un’ipotesi, tra un possibile ruolo di coach e quello già ampiamente sperimentato di giornalista e commentatore. Gli Us Open di New York saranno con tutta probabilità il suo ultimo evento nel circuito pro, ma come sempre il senese non vuole lasciare nemmeno una goccia di energia a giacere nel serbatoio. Così, nel primo turno delle qualificazioni del Major nella Grande Mela, Paolo ha conquistato una vittoria sul portoghese Joao Sousa che ben riassume un po’ tutta la sua carriera, fatta di pazienza e di rincorse: 7-6 1-6 7-5 in due ore e 41 minuti. Proprio quello americano è lo Slam che gli ha regalato i momenti più importanti di una vita sportiva da prendere a esempio: a New York, in nove apparizioni consecutive, sono arrivati il primo incontro vinto in main draw (nel 2014), il primo terzo turno (nel 2016) e i suoi primi e unici ottavi (nel 2017).

 

KITZBUHEL, LA DAVIS E NADAL

“Se penso che a 27 anni ero ancora numero 160 al mondo ma in cuor mio contavo di arrivare nei top 50, credo di poter dire che sono stato un incosciente”, ha spiegato il toscano durante il Challenger di Verona, sorridendo con la consueta aria di chi (solo apparentemente) si prende poco sul serio. “Tuttavia – ha proseguito – proprio quell’incoscienza è stata la chiave per arrivare dove sognavo. I momenti difficili, a vederli a cose fatte, sono stati una parte del percorso e non un motivo di frustrazione”. Ci sono tanti passaggi della carriera del senese che andranno ricordati. “Senz’altro il titolo di Kitzbuhel nel 2016 – dice lui in riferimento all’unico Atp che fa bella mostra nella sua bacheca – ma così pure la prima vera partita di Davis con la maglia dell’Italia, contro la Croazia a Torino nel 2013”. Sotto gli occhi degli appassionati scorrono però anche altri ricordi, legati non necessariamente a un successo. Per esempio, quel match clamoroso giocato contro Rafael Nadal a Roma, nel secondo turno del torneo del 2011: Rafa vinse, sì, ma solo in tre set, e per buona parte dell’incontro rimase a cercare – senza peraltro trovarla – una soluzione possibile per rispondere in maniera adeguata alla tattica di Paolino, un serve&volley quasi costante che mise lo spagnolo alle corde oltre ogni previsione.

 

BEST RANKING: NUMERO 33

Lorenzi ha cercato in ogni angolo del mondo i punti necessari per salire di gradino in gradino, fino ad annotare un best ranking di numero 33 Atp, raggiunto nel maggio del 2017. Ha vinto 21 tornei Challenger – il primo nel 2006 a Tarragona e l’ultimo nel 2018 a Cordenons – e con questi risultati nel circuito minore ha ogni volta spostato l’asticella un po’ più in alto, prendendosi quei main draw degli Slam che poi si sono rivelati un motore importante per spingere le sue ambizioni, senza portarsi appresso pensieri pesanti riguardo all’aspetto economico della rincorsa. Anche questo, in fondo, è sinonimo di intelligenza. Quella che in campo gli ha permesso di trovare sempre nuove soluzioni, di perfezionare il suo bagaglio tecnico dettaglio dopo dettaglio, con creatività e allo stesso tempo con una determinazione incrollabile, a prescindere dall’esito del lavoro. Perché in effetti non si può valutare la bontà di un allenamento dal torneo successivo, e quella di Lorenzi è la carriera migliore per far passare il concetto alle nuove generazioni, orientate spesso sul ‘tutto e subito’. Senza uno sguardo di lungo periodo che invece è determinante, anche per chi vuole diventare una star. Il sito dell’Atp, nel 2019, dedicò al senese nato a Roma un articolo con questo titolo: ‘Why is lucky loser Lorenzi still pushing at 37?’. In sostanza, ci si chiedeva cosa spingesse Paolino a fare ancora tanti sacrifici per restare nel Tour. La sua risposta fu la più ovvia, ma pure la più bella: “Perché amo il tennis”. Adesso, però, siamo davvero alla fine di un capitolo: “Al momento giusto – chiude il 39enne azzurro – perché sono ancora competitivo e voglio lasciare un bel ricordo nella gente”. Sotto questo aspetto, davvero, ha poco di che preoccuparsi.