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L’Oro di Jannik

Pubblicato il 9 agosto 2021

Se la vittoria di Sinner a Washington dovesse servire per farlo arrivare tra i top 10 o addirittura alle Nitto ATP Finals di Torino, la sua rinuncia alle Olimpiadi andrebbe rivalutata? Il trionfo americano di Jannik ci può dare qualche suggerimento importante.

Il titolo più prestigioso della carriera che arriva immediatamente dopo il momento più difficile, quello dei primi dubbi e delle prime piccole delusioni. Jannik Sinner si prende il suo personalissimo oro in quel di Washington, Atp 500, ridiventando protagonista assoluto del circuito mondiale nel periodo meno atteso, con tanto di record infranti e con una conseguente scalata nel ranking che lo avvicina persino alle Nitto ATP Finals di Torino. È una risposta data prima di tutto a se stesso, al lavoro che sta continuando a fare da sempre, che non si è mai interrotto e che non è mai stato messo in discussione. Il vero problema, se di problema si può parlare, era tutto quello che ruotava al mondo Sinner: gli appassionati che ormai – e da tempo – si attendono sempre risultati roboanti con una costanza che non tiene conto della realtà, gli addetti ai lavori pronti a sfornare sentenze, i social media così cattivi, in particolare nelle fasi di incertezza. In una società volta costantemente alla ricerca di convinzioni facili, la storia recente del campioncino della Val Pusteria insegna soprattutto che di verità assolute non ce ne sono. Come peraltro lui stesso, Sinner, ha precisato tornando sulla sua rinuncia ai Giochi di Tokyo.

UN PASSO VERSO LE FINALS

Perché poi alla fine girava tutto attorno a quello: il no alle Olimpiadi mai del tutto chiarito in termini di motivazioni, la maglia della Nazionale vista da alcuni come un dovere irrinunciabile e da altri semplicemente come una possibilità, l’occasione di prendersi una medaglia che poi forse così occasione non era, vista la condizione di Jannik nel momento in cui il torneo di Tokyo 2020 stava per cominciare. Sui dettagli, leggi tempistiche e comunicazioni varie, si potrebbe discutere a lungo ma sarebbe totalmente inutile. E la questione irrisolta su chi abbia ragione sarebbe altrettanto priva di significato. Il punto è che Sinner ha fatto una scelta, conoscendo meglio di chiunque altro al mondo quali erano le sue necessità del momento: aveva tutto il diritto di farla come in passato l’hanno fatta altri campioni più o meno noti. Nel frattempo, nel giro di una sola settimana, è arrivato il trionfo di Washington e ciò dimostra che tutto sommato questa decisione è stata corretta per quanto riguarda la sua crescita e il suo finale di stagione. Tradotto: se Jannik dovesse giocarsi le Finals di Torino proprio grazie ai punti di Washington (torneo che, con le Olimpiadi di mezzo, probabilmente non avrebbe disputato), in pochi si ricorderebbero di quella rinuncia o gli andrebbero a imputare un errore di programmazione.

LA FORZA NELLA TESTA

Non ha vinto match impossibili, l’azzurro, nel 500 americano, ma l’autorevolezza con la quale ha risolto sfide tutt’altro che banali ha fatto tornare alla mente la miglior versione dell’altoatesino. Quella della finale di Miami, dei quarti al Roland Garros, del titolo alle Next Gen Finals di Milano. Anche dentro all’ultimo atto contro l’emergente (ma non giovanissimo, ha 26 anni) Mackenzie McDonald, Sinner ha inserito delle perle straordinarie, esempio di coraggio e di capacità di gestire la tensione. Non è tanto una questione tecnica, come molti vorrebbero pensare per semplificare la vicenda, quanto di resilienza nei momenti chiave. Sul 5-2 del terzo set, per esempio, il match decisivo contro l’americano sembrava ormai vinto con un certo agio. Invece i match-point nell’ottavo game se ne sono andati per meriti altrui, e piano piano McDonald ha costruito la sua rimonta. Sul 5-5 è cominciata una nuova partita, e se Sinner a quel punto avesse avuto dei dubbi veri, importanti, pesanti, su se stesso, ebbene quella nuova partita non l’avrebbe mai vinta. Proprio in quell’istante, invece, il 19enne azzurro è riuscito a mostrare chi aveva più mezzi per portarla a casa. Ha chiuso sfinito, ha dato tutto, ma ha saputo accelerare – mentalmente più che tennisticamente – laddove la situazione lo richiedeva. Questa, che è senza dubbio la migliore qualità di Jannik, lo farà arrivare ben più in alto di dove si trova oggi, gli permetterà di vincere qualcosa di ancora più importante. Questa dote lo potrà inoltre mettere al riparo da tutte quelle attenzioni eccessive che inevitabilmente ricadranno su di lui, come ricadono su ogni sportivo che si trovi – per giunta a nemmeno 20 anni – con in tasca le chiavi di un tesoro.