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Piatti: “Sinner è a metà del cammino”

Pubblicato il 27 maggio 2021

“Tutti parlano di Jannik come di un predestinato, ma a me questa parola non piace. Jannik è semplicemente uno che ha lavorato e sta lavorando tanto”. Riccardo Piatti, ad avere a che fare coi talenti, è abituato. La sua carriera di coach è passata da personaggi come Omar Camporese, Ivan Ljubicic, Novak Djokovic, Milos Raonic, Borna Coric, Richard Gasquet, Maria Sharapova. Eppure lui, al talento, dà l’importanza che serve, cioè poca. “Perché alla fine conta lavorare, conta mettere ordine”. Con Jannik, che sta per Sinner, il mantra è sempre stato quello. Fin da quando si sono conosciuti, l’altoatesino e l’allenatore comasco hanno trovato un feeling perfetto fondato proprio sul lavoro. Uno – Piatti – non cercava che un giocatore così, meglio ancora se italiano. L’altro – Sinner – aspettava solo di trovare l’uomo giusto e il posto giusto per mettere alla prova le proprie ambizioni.

I NUMERI COME GUIDA

“Oggi siamo a metà del percorso – continua il coach di base a Bordighera – perché siamo intorno alle 80 partite di alto livello nel Tour maggiore, e noi sappiamo che difficilmente saremo pronti per i nostri obiettivi fino a che non arriveremo a quota 150. Quando Jannik è arrivato da noi – prosegue il tecnico più vincente del tennis italiano – era un ragazzino come gli altri. Solo che lui aveva una capacità straordinaria di acquisire informazioni e di migliorare giorno per giorno. Così cresce a ogni partita, per questo abbiamo messo i numeri davanti a tutto per indicarci la strada”. L’approccio è pragmatico: inutile stare a girare intorno alla parola talento, inutile pensare a ciò che madre natura ha concesso in dote. Più corretto, più utile, cercare di non perdere tempo, perché è proprio nella fase di avvio di un’avventura come questa che è necessario mettere benzina nel motore per tutta la carriera.

IL LAVORO COME STILE DI VITA

Chiunque abbia visto almeno un paio di partite di tennis in vita sua non fa fatica a individuare il genio di Jannik. Basta osservarlo con attenzione per cinque minuti e si comprende che il suo tempo sulla palla, così come la sua capacità di colpire senza fare grandi sforzi, appartengono alla sfera dei campioni. È già molto, però non basta. Quante volte, in passato, l’Italia è stata presa a modello nel momento in cui si tirava in ballo il talento sprecato? Per vincere davvero, per diventare un top player, quel regalo di madre natura non è sufficiente. Sinner ha avuto fin da subito – per attitudine personale e per insegnamento di famiglia – la bravura di interiorizzare il concetto fino a trasformarlo in qualcosa in più. Fino a trasformarlo in uno stile di vita, in un approccio verso tutto quello che fa. In campo e fuori.

LA CHIAVE? DIVERTIRSI

Piatti e Sinner respirano tennis da mattina a sera, parlano di tennis, si confrontano sul tennis. “Non c’è spazio per altro, in questo momento della mia vita”, ha detto Jannik chiamato a descrivere le sue passioni extra-agonistiche. E se a qualcuno potrebbe sembrare troppo, la chiave della salvezza sta in una parola: divertimento. “Quando un allievo arriva da me – sottolinea Piatti – gli spiego subito che il segreto è divertirsi. In questo modo il lavoro non pesa. Jannik si diverte, il tennis è la sua vita e la sua passione”. Tutto facile dunque? No. Qualcosa di garantito? Nemmeno. Ecco perché dalle parti di Bordighera spingono sui numeri, su dati concreti e non su ipotesi. Di campioni che avrebbero potuto essere tali se avessero fatto qualcosa di diverso c’è pieno il mondo, in ogni disciplina. Di campioni che arrivano davvero dove vogliono ce ne sono pochi. Quei pochi, sanno esattamente cosa devono fare, perché hanno una capacità innata di ascoltare, di interiorizzare informazioni e di tradurle in pratica. Questo, forse, è l’unico talento che conta davvero.