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I tre pensieri di Nole l’invincibile

Pubblicato il 1 settembre 2020

Riuscirà Novak Djokovic a vincere gli Us Open 2020 (e magari a chiudere l’anno imbattuto)? O ci sarà qualcosa o qualcuno in grado di fermarlo? Saranno più pericolose le distrazione ‘politiche’ o gli avversari? Ecco cosa deve temere l’uomo che invece, in teoria, non teme nessuno.

John Isner, nonostante 52 ace, si è tolto di mezzo da solo, aiutato dalla buona vena di Steve Johnson, talmente amico di Long John da dimenticare persino che la stretta di mano a fine match è severamente vietata. Ma l’unica vera sorpresa di una prima giornata degli Us Open che a sentire molti esperti doveva esserne piena zeppa, non può lasciare completamente tranquillo Novak Djokovic. Certo, il (grande, grandissimo) favorito rimane lui, che ha appena vinto sugli stessi campi il Masters 1000 del fu Cincinnati, e che alla prima uscita di questo Slam vuoto nelle tribune e un po’ anche nell’anima non ha dato scampo al morbido Damir Dzumhur. Però non è tutto rose e fiori. Non lo è perché in quel settore di draw alcuni pericoli seri restano vivi, vegeti e scalpitanti. Non lo è, inoltre, perché l’impegno politico (o sindacale, a seconda del peso che gli si vuole dare) del numero 1 del mondo rischia quantomeno di distrarlo, essendo diventato talmente evidente negli ultimi giorni da spaccare il tennis letteralmente in due: chi sta con lui – e sembrano essere già tanti – e chi non è d’accordo. Roger Federer e Rafael Nadal, per inciso, stanno tra i secondi, ma nella Grande Bolla non ci sono.

CON NOLE E CONTRO

Nole, va aggiunto, spesso in queste vicende ci sguazza. Se ce n’è uno, tra i fenomeni, abituato a stare in trincea, quello è proprio lui. Nole che da sempre si è abituato a essere il meno amato delle stelle, e che tante volte su questo suo status ci ha giocato e ci ha vinto. Con l’orgoglio di chi sente di trovarsi dalla parte del torto senza un reale motivo e senza una reale colpa. Stavolta però è un po’ diverso. Perché in ballo non ci sono soltanto interessi suoi o di poche altre persone a lui vicine. Ci sono gli interessi di un intero movimento, che nel suo numero 1 (e ormai ex presidente del Players Council) vorrebbe prima di tutto poter avere fiducia. Per capire come si risolverà questa spaccatura, la più evidente tra i giocatori dal 1972 a oggi, bisognerà aspettare a lungo. Per capire come il serbo attaccherà il titolo Slam numero 18, invece, servirà molto meno, giusto una manciata di giorni. Dzumhur non era un test probante per capire se il Djokovic di Cincinnati continuerà per altre due settimane la propria corsa senza ostacoli. Comincerà a essere una verifica, ma in teoria sempre con limiti ben precisi, Kyle Edmund al secondo turno. Mentre più in là ci sono personaggi in grado di avanzare, magari sottovoce, qualche pretesa.

GLI AVVERSARI

Il primo della lista è un tipo che non ti aspetti, si chiama Jan-Lennard Struff ed è uno di quei bum-bum tedeschi che non sono per niente belli da vedere, non hanno il carisma di Boris Becker o di Michael Stich, ma hanno un tennis che si potrebbe ben definire antipatico. Struff fa giocare male gli altri, e spesso (non sempre) gioca bene lui. Quando questa combinazione incontra la giornata giusta, anche un top player può farsi male. Beninteso, pochi giorni fa Djokovic lo ha affrontato e ne è uscito indenne: 6-3 6-1. ‘No match’, direbbero gli americani. Eppure il numero 1 non dovrà prendere la partita sotto gamba, a pena di sofferenze inattese. Avanti. Saltando un turno (per l’uscita di Isner e perché Carreno Busta e Berankis non li si può considerare veri pericoli), eccoci a Shapovalov, Fritz e Goffin. Solo uno dei tre (ma occhio pure alla mina vagante Krajinovic) resterà in piedi nel momento del confronto con il presunto padrone del torneo. E se la logica dice Goffin, i romantici sperano in un’esplosione di uno Shapovalov in versione Agassi (per la mise), mentre la superficie velocizzata rispetto al passato ammonisce a non dare per spacciato Fritz. Prima ancora della semifinale (contro Tsitsipas?), Djokovic potrebbe avere dunque le sue brave gatte da pelare. Anche se il suo bilancio di quest’anno parla di 24 vittorie su 24 partite: la dimostrazione che in fondo il primo nemico, spesso, lo ha trovato non fuori ma solo dentro se stesso.