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Wimbledon 1991: l’intoccabile Stich

Pubblicato il 25 giugno 2020

A Wimbledon, nel 1991, sorprese il mondo superando Stefan Edberg e Boris Becker in rapida successione. Michael Stich diventò numero 2 Atp, vinse anche su altre superfici, ma solamente l’erba rese davvero giustizia al suo splendido tennis.

Quando a rete allargava le braccia, passarlo era quasi impossibile, con quell’apertura alare che pareva dover coprire ogni spazio mandando ai matti gli avversari. Michael Stich vinse Wimbledon soprattutto così, aggrappandosi al suo serve&volley e facendo un passo dentro al campo persino sulle prime di servizio di uno come Boris Becker. Sull’erba, del resto, non aveva paura di nulla e di nessuno, il tedesco nato nel profondo Nord e cresciuto a forza di volée e rovesci a una mano. In quell’inizio luglio del 1991, il suo coraggio trovò conferme persino inattese. Perché in fondo allora Michael era un 22enne di belle speranze, già numero 6 del seeding londinese, ma un passo o due indietro – all’apparenza – rispetto a quelli che erano abituati a fare del Centre Court il loro giardino di casa: Boris Becker, appunto, e Stefan Edberg. La coppia che dal 1985 si spartiva i trofei (con l’unica eccezione del magico 1987 di Pat Cash) dovette però inchinarsi proprio a lui, a uno Stich sostanzialmente ingiocabile al servizio.

PER EDBERG, LA SCONFITTA PIÙ DURA

Di quell’edizione dei Championships, la partita più famosa e rimasta più impressa nella memoria degli appassionati non è la finale, vinta in tre set contro un Becker apparso di colpo ben più vecchio dei suoi 23 anni, bensì la semi. Stefan Edberg si presenta col piglio di chi non vuole mancare l’appuntamento designato col suo rivale di sempre. E il primo set conferma le sue ambizioni. Solo che quel break confezionato in vista di qualcosa che poteva sembrare ordinario, diventa il simbolo (negativo) di una giornata innaturale. Dal secondo parziale in poi, Stich si trasforma e risulta intoccabile, baciato dagli dèi del tennis come mai prima e mai dopo. Non perde più il servizio, e quando arriva al tie-break è sempre lui il migliore. Stefan il biondo, Stefan l’elegante, Stefan il campione in carica, finisce a chiedersi come è possibile perdere una partita così, senza mai aver ceduto la battuta. Insieme a lui, se lo chiederanno tutti coloro che non attendevano altro che una nuova edizione della saga Edberg-Becker.

NUMERO 2 DEL MONDO

Furono, quegli ultimi giorni di Wimbledon, la scoperta di un campione di gran classe ma allo stesso modo con dei limiti tecnici tali da non permettergli di andare oltre quella vittoria. Certo, Michael Stich arrivò a essere numero 2 del mondo, a un passo dalla vetta in anni in cui di stelle ce n’erano in abbondanza, tra l’America di Sampras e Agassi (ma pure di Courier e Chang) e l’Europa di Muster, Ivanisevic, Bruguera, e ovviamente di Edberg e Becker. Però non vinse mai altri Slam, pur andandoci vicino almeno un paio di volte, sulla terra di Parigi e sul cemento degli Us Open. Quelle armi che sull’erba erano letali – servizio e volèe – su altre superfici diventavano meno spaventose, più vulnerabili. Mentre quel rovescio a una mano che i prati sapevano esaltare, altrove diventava un colpo meno efficace, ugualmente bello stilisticamente ma non altrettanto redditizio.

ETERNO SECONDO

Se il tennis si misura con le emozioni e non con i numeri, tuttavia, Michael Stich va annoverato in quel ristretto gruppo di atleti in grado di lasciare un’impronta decisa sul gioco e sull’immaginario collettivo. Furono molti, negli anni Novanta, a vedere in lui una sorta di baluardo del bel tennis, un antidoto ai picchiatori e ai regolaristi, un inno al gioco di volo che già allora stava mostrando le prime crepe, a livello globale. In fondo, ‘Mister tie-break’ fu una speranza: quella di prolungare il serve&volley e il tennis classico a scapito dei barbari moderni. Prima di Wimbledon aveva vinto soltanto a Memphis; in seguito, avrebbe aggiunto altri sedici trionfi alla sua collezione, tra cui la Grand Slam Cup del 1992 e il Masters (allora Atp Tour World Championships) del 1993. Si ritirò nel 1997 – a nemmeno trent’anni e con 12 milioni e spiccioli di montepremi vinti in carriera – dopo una semifinale di Wimbledon persa in cinque set contro Cedric Pioline. Nonostante per tanti sia rimasto l’eterno secondo, numero 2 Atp e numero 2 nei cuori dei tedeschi, proprio a Wimbledon aveva dimostrato di poter essere un numero 1.