blog
home / BLOG / Laurence Tieleman, l’erbivoro

Laurence Tieleman, l’erbivoro

Pubblicato il 16 giugno 2020

Arrivò a essere numero 76 al mondo e numero 1 d’Italia, riuscì a battere un giovane Federer e giunse in finale sull’erba del Queen’s. Ma Laurence Tieleman fu soprattutto un seguace del serve&volley, quello vero, difendendo uno stile prima che una bandiera.

Fu una meteora che apparve un paio di volte nei cieli del tennis, quello che conta. Una prima volta tra il 1993 e il 1994: al suo esordio a Wimbledon raggiunse il terzo turno partendo dalle qualificazioni, mentre dodici mesi più tardi portò al quinto Yevgeny Kafelnikov cedendo solo per 11-9. Si ripresentò per un attacco al suo sogno una seconda volta tra il 1998 e il 1999. Quando arrivò al Queen’s, nel giugno di 22 anni fa, Laurence Tieleman era numero 253 Atp ed era uno dei tanti protagonisti del circuito minore, peraltro mai davvero vicino al traguardo dei top 100 Atp. La bandierina vicino al suo nome diceva che era italiano, ma in realtà Laurence era semplicemente un cittadino del mondo, cresciuto in Belgio da madre olandese e padre romano, e con qualche difficoltà a esprimersi nella nostra lingua.

LA SETTIMANA (QUASI) PERFETTA

Tieleman a tennis giocava bene, molto bene. Soprattutto, giocava un tennis che oggi è quasi scomparso, fatto di serve&volley e di attacchi spericolati. Un atteggiamento che pagava parecchio sull’erba degli anni Novanta, decisamente più rapida di quella attuale. Proprio al Queen’s, uno dei tornei più antichi del Tour, l’italo-olandese trovò la settimana della vita: tra qualificazioni e main draw vinse la bellezza di otto incontri, alcuni di questi contro personaggi non esattamente morbidi. Parliamo di Jason Stoltenberg (eliminato al primo turno), di Byron Black (superato in semifinale) ma soprattutto di Tim Henman, il ‘Dream Tim’ che fece sognare a lungo i britannici in un trionfo ai Championships che invece non sarebbe mai arrivato. A furia di rimonte – sei volte su otto, Tieleman recuperò uno svantaggio di un set – Laurence arrivò dunque a toccare il punto più alto della carriera, perdendo la finale contro l’australiano Scott Draper solo al termine di un paio di set di ottima fattura.

LA VITTORIA SU FEDERER

Da quel momento, cominciò il periodo migliore della carriera di quell’elegante ragazzo venuto dal Nord, educato e simpatico, con l’aria curiosa di chi ha tanto di imparare dalla vita. Sempre nel 1998 raggiunse la semifinale a Newport (ovviamente, sull’erba), si qualificò a Toronto e a Indianapolis, riuscì a battere due tipi tosti come Rainer Schuettler e Andrei Pavel. Poi, nel gennaio del 1999, vinse il Challenger di Heilbronn, in Germania, dove ebbe la fortuna di incrociare in semifinale uno che avrebbe riscritto la storia del tennis negli anni a venire. Roger Federer non era ancora maggiorenne, all’epoca, ma di talento ne aveva già in abbondanza e sapeva di poter dire la sua. Per questo, quando Tieleman lo mise un angolo facendogli capire poco o nulla dei suoi attacchi continui e asfissianti, ci rimase parecchio male. Avrebbe avuto modo di riprendersi abbastanza in fretta, ma intanto quello fu il torneo dell’azzurro del Nord, capace di arrivare durante i mesi successivi al numero 76 del ranking Atp. Niente male, per un seguace del serve&volley puro.

NUMERO 1 D’ITALIA

Non aveva nessuna paura dei grandi, del resto, il buon Laurence. Tanto che andò vicinissimo a battere Jim Courier e costrinse Boris Becker e Juan Carlos Ferrero a delle battaglie durissime, prima di uscire sconfitto. Non riuscì a conquistarsi dei veri e propri tifosi, anche per via del suo essere poco legato a un singolo Paese: gli italiani non lo sentivano del tutto italiano (per quanto nel 2000 si trovò a essere il numero 1 degli azzurri), ma per contro i belgi e gli olandesi non lo consideravano certo uno di loro. Del resto era giusto così: un cittadino del mondo non poteva avere una vera patria da dover difendere. Da difendere c’era invece qualcosa che andava ben oltre i confini nazionali: uno stile. Quel gioco così votato all’attacco che già a quel tempo stava sopravvivendo tra mille difficoltà, ma che Laurence tentò di mantenere vivo con la complicità dell’erba, la superficie amica.