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Parigi 2005: l’inizio di Rafa 

Pubblicato il 4 giugno 2020

L’Era Nadal cominciò il 5 giugno 2005 al Roland Garros. Fu il primo dei dodici trionfi dello spagnolo sulla terra parigina, l’inizio di una storia che tre lustri più tardi non è ancora terminata. Oggi, 5475 giorni dopo, il favorito sul rosso è sempre lui. 

Arrivò in mezzo a quella mostruosa serie di 81 partite vinte consecutivamente sul rosso. Arrivò quando il ragazzo aveva 19 anni, compiuti da due giorni. Arrivò come un meteorite a sconquassare un mondo del tennis che pareva aver trovato in Roger Federer il suo dominatore assoluto. Invece, il 5 giugno 2005, sulla terra battuta cominciò l’Era Nadal, quella che ancora oggi – tre lustri più tardi – continua a resistere, più forte del tempo e degli avversari. La prima delle dodici vittorie parigine di Rafa è il quarto titolo consecutivo di quell’anno magico, capace di consacrare il niño di Manacor come l’atleta perfetto per il tennis contemporaneo, in particolare quando ci sono di mezzo corse, sudore e scambi prolungati. Un trionfo che dunque non arriva affatto inatteso. Già l’anno prima, in effetti, si parlava di Nadal come di un pretendente al trono (anche per via di quel testa a testa incamerato contro Federer in Florida), ma una frattura da stress al piede sinistro aveva rinviato il suo esordio sui campi del Bois de Boulogne.

PUERTA, L’AVVERSARIO FANTASMA

Nel 2005, invece, non ci sono ostacoli sul percorso. Non è un ostacolo Roger Federer, che pure sperava di aver esorcizzato il pericolo con quella rimonta da due set di svantaggio sul cemento di Miami pochi mesi prima. Non è un ostacolo Mariano Puerta, l’argentino che poi sarebbe stato stanato definitivamente dall’antidoping, ma che nemmeno con qualche aiutino chimico riesce a portare dalla sua parte il match. E meno male, vien da dire oggi, ché altrimenti ci saremmo ritrovati con un titolo Slam revocato da una squalifica. Quello è invece il Major di Nadal, il primo della serie che sarebbe stata interrotta soltanto due volte, nei successivi 15 anni: nel 2009 più per colpa del fisico che non di Robin Soderling, poi ancora tra 2015 e 2016. Quella finale parigina offre uno show agonistico di livello straordinario, che solo col senno di poi sarebbe stato macchiato da un avversario non all’altezza del ruolo, perlomeno in termini etici. Rafa è nella sua versione più attendista, quella che punta sulla mobilità e sulla difesa, sui topponi di diritto che tagliano il campo imponendo all’avversario chilometri e chilometri di corse. Il servizio è poco incisivo, il rovescio viene aggirato spesso, le sortite a rete si contano sulle dita di una mano. Ma la voglia di vincere sopperisce a qualsiasi carenza tecnica.

LA FIRMA NELLA STORIA

Quando mette a terra l’ultimo quindici, Rafa si apre nel più solare dei sorrisi. Non crede ai suoi occhi, non sa di essere soltanto all’inizio di una storia infinita. Per lui, quel momento perfetto diventa un motivo valido per aver passato tutti quegli anni dell’infanzia e dell’adolescenza a soffrire sul campo fantasticando di essere un campione. Negli spogliatoi, i grandi del passato e del presente fanno a gara a farsi una foto con lui: sfilano Guillermo Vilas, Mats Wilander, Guga Kuerten. Lui, con la maglietta smanicata e i pantaloncini sotto il ginocchio, li abbraccia e li ringrazia, dopo aver messo la sua firma accanto alla loro sul muro delle glorie, di coloro che sullo Chatrier hanno scritto la storia. È il Rafa timido, per niente abituato alle attenzioni della stampa. È il Rafa più genuino, ancora incredulo di fronte a ciò che gli sta accadendo. C’è Toni, colui che questo fenomeno lo ha costruito, che lo guarda con aria orgogliosa e cerca per quanto possibile di proteggerlo, di non farlo volare troppo con la fantasia. Perché la logica del lavoro, quella che li ha condotti fin lì, deve comunque mantenere il sopravvento su qualsiasi sogno e su qualsiasi festa.

NADAL FAVORITO, 5475 GIORNI DOPO

Oggi Rafael Nadal Parera, sposato dall’ottobre del 2019 con María Francisca Perelló, ha in bacheca 12 trofei del Roland Garros, 59 tornei sulla terra (di cui 25 senza perdere un set), superficie sulla quale ha vinto quasi il 92 per cento degli incontri disputati (e 118 su 120 di quelli sulla distanza dei cinque set). Per sei volte ha realizzato la tripletta formata da Monte-Carlo, Roma e Parigi. Sul mattone tritato, da quel 2005, non ha sostanzialmente rivali. Quando ha perso, nella maggior parte dei casi, non si trovava al cento per cento del suo potenziale fisico, anche se in molti casi non lo ha voluto evidenziare. La cosa più impressionante, tuttavia, è che quando il circuito ripartirà, sarà ancora lui l’uomo da battere sul rosso, 5475 giorni dopo il primo trionfo all’ombra della Tour Eiffel.