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Roma amarcord: 2011, ai piedi di Maria

Pubblicato il 12 maggio 2020

Quando vinse per la prima volta al Foro Italico, nel 2011, Maria Sharapova sembrava già pronta per sedurre anche Parigi. Invece le sarebbe servito un altro anno, per completare il Career Grand Slam. Con Roma sempre lì, pronta a darle lo slancio decisivo.

Lo Slam che aprì la serie di successi di pregio, Wimbledon, lo aveva vinto sette anni prima, quando era poco più che una bambina. Ma nel momento in cui Maria Sharapova trionfò al Foro Italico, nel 2011, fu comunque una scoperta. Si scoprì, quella volta, che Masha aveva ancora fame, che poteva vincere sulla terra (fin lì c’era solo il piccolo torneo di Strasburgo, tra le sue conquiste in rosso) e che era pronta a sedurre persino Parigi. Anche se per quel traguardo, il più atteso, sarebbero serviti altri dodici mesi. Gli Internazionali BNL d’Italia in rosa, nove anni fa, dovevano far dimenticare un’edizione precedente in tono minore, con una campionessa talentuosa e originale sì, ma lontana da quelle che il pubblico attendeva: la spagnola Maria José Martinez Sanchez. Così arrivò lei, Miss Sharapova, a rimettere una regina vera sul trono. Partì come settima del seeding, ebbe fortuna nei quarti quando Vika Azarenka fu costretta al ritiro, poi cambiò marcia e nemmeno Wozniacki (in semi) e Stosur (in finale) riuscirono ad arginare la sua furia.

DA GABY A MASHA

Sam Stosur, in particolare, si dimostrò una splendida perdente. Sconfitta da favorita l’anno prima nella finale del Roland Garros (quella che Francesca Schiavone e l’Italia ricorderanno per sempre), non trovò in nessun modo il bandolo della matassa per mischiare le carte alla bionda siberiana. Per certi versi giocava troppo bene, Sam, e il suo tennis robusto ma ordinato forniva a Maria delle palle troppo comode, troppo invitanti, da poter picchiare. Fu un monologo. E solo nei game conclusivi si vide un’ombra di timore negli occhi della vincitrice, preoccupata di poter essere costretta ad allungare la partita, finendo la benzina prima della sua avversaria. Non accadde nulla di tutto ciò, fu sufficiente qualche minuto di concentrazione al servizio, e Masha stava già alzando la Coppa destinata alla regina di Roma. La gente rimase incantata. Era dai tempi di Gabriela Sabatini, protagonista vent’anni prima, che la Capitale non si scopriva così invaghita di una sua campionessa.

VERSO PARIGI

L’assalto al Roland Garros, quell’anno, non produsse gli effetti sperati. I propositi di Maria erano chiari e le dichiarazioni pre-torneo sufficientemente spavalde. “Mi sento bene – diceva – e sono pronta ad andare fino in fondo”. Le mancò lo spunto decisivo in una semifinale complessa contro Li Na, la cinese destinata a riscrivere la storia del tennis nel suo Paese. L’occasione per la rivincita arrivò proprio a Roma, nella finale del 2012. In mezzo, si erano affrontate altre due volte, ma sui campi veloci. La terra, tuttavia, era un altro mondo, era teoricamente dalla parte delle geometrie della cinese. Invece Masha riuscì a restare lucida fino alla fine, al tie-break del terzo. E trionfò di nuovo, come dodici mesi prima. Quello sì, davvero, diventò il trampolino di lancio che le consentì di vedere Parigi più vicina, più abbordabile. Tre settimane più tardi, battendo Sara Errani per 6-3 6-2, abbracciò la coppa che porta il nome di un’altra divina: Suzanne Lenglen. In quel momento, completò il Career Grand Slam, vincendo quella scommessa che aveva fatto con se stessa, prima che col mondo.