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Open, il capolavoro che ci può aiutare

Pubblicato il 30 aprile 2020

I 50 anni di Andre Agassi riportano d’attualità il capolavoro scritto insieme a J. R. Moehringer: Open. Un libro che va ben oltre il concetto di autobiografia, e che può aiutarci ad affrontare le paure provocate dall’incertezza di questo tempo sospeso.

Prigioniero di sé stesso. Così, Andre Agassi, si è sentito durante tutta la sua carriera. Prigioniero del suo lavoro, dell’unica cosa che poteva dargli da vivere. Lo abbiamo scoperto nel 2009, all’uscita della sua autobiografia. Open, scritto insieme al premio Pulitzer J. R. Moehringer, non è decollato immediatamente, ma è diventato nel giro di qualche anno un caso letterario mondiale. Un libro destinato a cambiare il concetto stesso di biografia sportiva. Più che un’opera artistica, però, si è trattato di una confessione. Di mettere nero su bianco tutto quello che Andre avrebbe voluto gridare al mondo nei suoi anni da professionista, e che invece si è sempre dovuto tenere dentro. Scatenando un conflitto interiore che magari si poteva intuire, ma che non era mai emerso in maniera così drammatica ed evidente. In questa quarantena forzata che prosegue, e che coinvolge duramente anche il tennis internazionale, leggere (o rileggere) Open diventa quasi terapeutico. Perché consente di confrontarsi con le proprie paure e di farci i conti, senza nascondere lo sporco sotto il tappeto.

AGASSI, 50 ANNI DI CAMBIAMENTI

“Hit earlier”, colpisci in anticipo. Era questo il mantra di papà Agassi, un boxeur iraniano emigrato a Las Vegas che si era messo in testa di fare del proprio figlio una macchina perfetta, obbligandolo a colpire 2.500 palline al giorno. Ci riuscì, Mike, ma a che costo. Andre ha festeggiato i suoi primi 50 anni e oggi è un uomo sereno, che si è lasciato alle spalle tutto: le cattive compagnie, l’odio, gli aiuti chimici. Ha una moglie che lo ama, Steffi Graf, e una bella famiglia. Ma per arrivare dove è, a condurre una vita da filantropo dimenticando le difficoltà di un tempo, ha dovuto percorrere un cammino tutt’altro che semplice. Ha dovuto prima di tutto smettere di mentire a sé stesso e agli altri. Poi si è fatto un lungo viaggio introspettivo e ha capito cosa voleva davvero. Quell’odio verso il tennis, che poi del tutto odio non era, lo ha cominciato a vedere da un altro punto di vista, quasi con tenerezza. E così, probabilmente, è riuscito pure in cuor suo a perdonare quel genitore così invadente, al limite della sopportazione e della dignità.

IMAGE IS EVERYTHING?

Quell’autobiografia, uscita in Italia nel 2011, decollò nel momento in cui un’astuta campagna di marketing cominciò a far circolare alcuni contenuti in grado di conquistare le prime pagine dei giornali. Dall’uso di droghe alle avventure amorose, dal famoso parrucchino indossato nella finale di Parigi ai giudizi sferzanti su alcuni colleghi. Ma una volta immersi, in quella lettura, si capiva di essere di fronte a ben altro, non soltanto a una serie di scoop troppo facili. A oltre dieci anni dalla sua prima edizione, Open è diventato un esempio di come un libro sullo sport, scritto da uno sportivo, possa valicare i confini dell’agonismo e tuffarsi a pieno titolo nella vita di ognuno di noi. In particolare se si parla di tennis, sport in grado più di tanti altri di essere metafora dell’esistenza. Dal motto ‘image is everything’, che lo accompagnava negli anni iniziali della carriera, a un mondo fatto di sostanza senza nessuna concessione alle comode vetrine dei media: Agassi ha cambiato tutto e lo ha fatto con tanto coraggio.

ANTIDOTO ALLA PAURA DA CORONAVIRUS

Adesso anche noi, rinchiusi in casa alla ricerca di un senso in questo caos da coronavirus, abbiamo bisogno di coraggio. Anche noi siamo prigionieri di noi stessi e delle nostre stanze, quando va bene dei nostri giardini. Ecco perché, adesso più che mai, Open diventa una lettura utile, oltre che piacevole. Rispolverarla e tornare a sfogliare quelle pagine ci può far sentire più vicini allo sport che amiamo, attraverso le parole e le storie di un personaggio che di quello sport ha contribuito a fare la storia. Ma soprattutto ci può consentire di trarre qualche insegnamento su come si affronta un nemico invisibile, cattivo e duro a morire. La paura non è sintomo di debolezza, ma di attenzione verso noi stessi. Prendersi cura delle nostre paure fino a guardarle in faccia non ci darà la garanzia di farle sparire, ma ci farà uscire migliori, più coraggiosi e più umani, da questa quarantena che sembra infinita.