blog
home / BLOG / Federer 2008, rivoluzione portoghese

Federer 2008, rivoluzione portoghese

Pubblicato il 29 aprile 2020

Nella primavera del 2008, in questa stessa settimana, Roger Federer vinceva (a fatica) il torneo di Estoril, con José Higueras in panchina. Il tentativo di conquistare Parigi naufragò sotto i colpi di Nadal e sancì la fine della collaborazione col coach spagnolo. Ma l’appuntamento col trionfo al Roland Garros era solo rimandato…

Primavera 2008: Roger Federer non ha ancora completato il Career Grand Slam e ha un solo obiettivo in testa, vincere a Parigi. Per farlo, è disposto a tutto, persino a cominciare la stagione su terra dalla prova di Estoril, Portogallo. Non esattamente un appuntamento che dovrebbe trovare spazio nel calendario del Re. In panchina, quella settimana, Roger si porta José Higueras, il coach spagnolo che aveva seguito tanti campioni, ma che nessuno poteva immaginare al fianco di Federer. Il binomio, tuttavia, parte con buoni auspici: il torneo lusitano è il primo vinto dall’elvetico in quella stagione e potrebbe apparire come un viatico in vista di una partnership duratura. Qualcuno però storce il naso, nonostante il successo. Del resto quella settimana non propone il miglior Federer di sempre, tutt’altro. Il set di apertura del torneo finisce nelle mani del belga tascabile Olivier Rochus, poi rimontato e battuto al terzo. Ma Roger soffre pure in semifinale contro il tedesco Denis Gremelmayr (best ranking di numero 59 Atp) e in finale raccoglie il ritiro di Nikolay Davydenko quando la partita era ben lontana dall’essere messa in sicurezza. Tra i cento e passa titoli del Mito, è probabilmente il meno convincente, ma rimane un titolo che in teoria può dare fiducia.

I RIMPIANTI DI HIGUERAS

Higueras, che come miglior risultato in carriera (da giocatore) ha una semi al Roland Garros, invita il suo protetto a giocare con schemi più adatti alla terra, a utilizzare maggiormente il drop shot, considerato che la mano educata non gli manca di certo. Ma quel Federer non può essere al top, perché da poche settimane si è liberato di una fastidiosa forma di mononucleosi che ne aveva minato fisico e morale. Gli allenamenti sono intensi, ma non così redditizi. È come se il basilese si trovasse improvvisamente col freno a mano tirato, senza la possibilità di spingere come vorrebbe. “Mi restano molti rimpianti di quel periodo – avrebbe detto Higueras anni dopo – perché sono convinto che la collaborazione con Roger sarebbe potuta durare molto più a lungo. In quel periodo, però, non c’erano le condizioni per proseguire come avremmo voluto”. La stagione su terra si sviluppa con un’incoraggiante finale a Monte-Carlo, con tanto di vittoria in tre set (per nulla scontata) su David Nalbandian e un ultimo atto con Nadal terminato dalla parte del maiorchino per una manciata di punti. Va decisamente peggio a Roma, un quarto di finale perso in due set da Radek Stepanek. Il morale torna alto ad Amburgo, malgrado il titolo resti tabù per colpa del solito Rafa.

PARIGI MALEDETTA

Poi, ecco Parigi. Il motivo per cui Federer aveva giocato a Estoril, il motivo per cui aveva chiamato Higueras riponendo nell’allenatore iberico tutte le sue speranze. Il copione fino al match decisivo è lo stesso degli anni precedenti, ma l’ennesima finale con Nadal è la peggiore in assoluto, vista dal fronte svizzero. In un’ora e 48 minuti senza storia, Rafa alza la Coppa dei Moschettieri lasciando all’avversario quattro game. Il peggiore degli incubi si concretizza, e Roger nel post-match comincia persino a dubitare di poter arrivare, un giorno, a conquistare quell’unico Major che gli manca. Il Federer che esce dalla partita più difficile è provato nel morale e ha perso ogni sicurezza. Il lavoro con Higueras è giunto al capolinea prima che si possa delineare una seconda chance. In quel momento appare impossibile pensare a ciò che doveva accadere solo dodici mesi più tardi, quando il Roland Garros sarebbe divenuto il luogo dell’apoteosi del Migliore di sempre.