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Sei settimane senza tennis

Pubblicato il 13 marzo 2020

Si ferma tutto per sei settimane, dai Masters 1000 agli Itf. Anche il tennis fa i conti con l’emergenza coronavirus, mettendo al primo posto salute e sicurezza. Nessun Paese può fare eccezione. Inclusi gli Stati Uniti, dove il tennis non si era fermato nemmeno durante la Seconda Guerra Mondiale.

In tempi come quelli che stiamo vivendo, tutto ciò che non è salute e sicurezza resta in sottofondo, offuscato dalla nebbia di una situazione imprevedibile e surreale. E anche lo sport, che alle persone regala normalmente gioia e spensieratezza, si deve rassegnare e deve fare la sua parte, ossia mettere in pratica un concetto molto semplice: cancellare tutto ciò che non è strettamente necessario. Così la sospensione del circuito del tennis mondiale diventa realtà in un difficile pomeriggio di marzo, con la dirigenza dell’Atp costretta a prendere atto di ciò che ormai era prevedibile già da qualche giorno: dopo l’annullamento di Indian Wells, saltano anche i tornei delle prossime sei settimane. Inclusi i Masters 1000 di Miami e Monte-Carlo. La ripresa, al momento, è prevista per il 27 di aprile, in teoria giusto in tempo per Madrid e Roma.

TUTTO FERMO, DAGLI ITF IN GIÙ

Si ferma tutto con effetto immediato, dunque anche i tornei Challenger di questa settimana (Potchefstroom, in Sudafrica, e Nur Sultan, in Kazakistan), bloccati alla vigilia dei quarti di finale. Si ferma (fino al 20 aprile) tutto il circuito Itf, da quello dedicato agli Under 18 fino al World Tennis Tour. Si fermano le Finals di Fed Cup a Budapest, rinviate a data da destinarsi. Si ferma la Wta, con Miami, Charleston e Bogotà già cancellati, e con la stagione europea che scatterebbe il 20 di aprile (da Stoccarda e Istanbul) appesa a un filo. Resta, in tutto questo, la preoccupazione dei giocatori riguardo a come (e quando) si potrà andare avanti. Una preoccupazione che riguarda anche i ranking mondiali, sul cui congelamento – ipotesi ventilata da più parti – non ci sono ancora notizie ufficiali.

LA PETIZIONE DI FORTUNA

Nei giorni scorsi, il siciliano Claudio Fortuna aveva lanciato una petizione per fermare il circuito internazionale, che aveva riscosso fin da subito l’appoggio e la firma di molti colleghi. Claudio, ora ai box per un infortunio e comunque non direttamente interessato dalla situazione, ha avuto il merito di dar voce a tutti i giocatori che desideravano uno stop radicale a ogni livello, proprio per tutelare l’unica cosa che conta davvero in un momento del genere: la salute. La petizione, di fatto, è stata poi superata dagli eventi e in pochi giorni quel blocco totale è diventato realtà. Costringendo chi era impegnato all’estero a precipitose fughe verso casa, o a decisioni più complicate: come quegli italiani (Roberto Marcora, Lorenzo Musetti e molti altri) che insieme ai loro team hanno deciso di non far rientro in Italia in questo momento di crisi.

GLI USA E LA GUERRA

Per trovare un evento paragonabile all’emergenza che stiamo vivendo, in grado di fermare lo sport a livello globale, bisogna tornare indietro di almeno 80 anni, ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Ma in quel caso, in realtà, ci fu un Paese che riuscì a mantenere vivo il proprio torneo più importante e a proseguire la tradizione. Basta sbirciare negli albi d’oro degli Slam per vedere che gli Us Open non si sono mai fermati, nemmeno tra il 1939 e il 1945, quando gli altri Major stavano facendo i conti con le paure e con i danni del conflitto. I protagonisti, a quel tempo, ovviamente erano proprio gli americani: Bobby Riggs, Ted Schroeder, Frank Parker i più in vista. Il tennis in epoca bellica, negli Usa, viveva in una sorta di bolla dorata dove si sviluppava persino una sorta di circuito professionistico che attirava pubblico e interesse, quando ancora il concetto di professionismo non era entrato stabilmente nel mondo della racchetta. Oggi, con Indian Wells e Miami rinviati (senza contare lo stop del campionato Nba), anche l’America ha preso atto del pericolo coronavirus. E al tennis, a tutto il tennis, non resta altro che aspettare.