blog
home / BLOG / Esibizione da record

Esibizione da record

Pubblicato il 7 febbraio 2020

Roger Federer e Rafael Nadal sono pronti a dare vita a un’esibizione da record del mondo, con 50 mila persone attese a Cape Town. Il ricavato andrà in beneficenza alla Roger Federer Foundation.

Per cosa si gioca? Per il pubblico, per trovare nuovo pubblico, per divertire, per divertirsi, per i punti, per la classifica, per la popolarità, per la solidarietà, per i soldi. La questione non è di facile soluzione, la risposta non può essere univoca: ciascun professionista trova la propria. Ma la domanda è legittima, mai come oggi, soprattutto in un tennis che più di altri sport soffre (sfrutta?) una doppia anima, tornei ufficiali da una parte e esibizioni dall’altra. Quella in programma a Cape Town, Sudafrica, con Roger Federer e Rafael Nadal, promette di portare allo stadio 50 mila persone, che vorrebbe dire un primato assoluto per un incontro di tennis. Con qualche migliaio di presenze in più rispetto al record siglato solo lo scorso novembre a Città del Messico dallo stesso Federer (e chi se no?) e da Sascha Zverev.

UNA CAUSA NOBILE

Si gioca – peraltro nel Paese di origine della madre di Roger – per sostenere la Roger Federer Foundation, ossia per dare un’educazione e un futuro ai bambini che, nel Continente africano, un’educazione e un futuro spesso non ce l’hanno. E basterebbe questo per chiudere ogni discussione in merito all’opportunità della sfida. Però l’occasione è buona per dare un’occhiata un po’ oltre, per capire se e come l’intreccio fra eventi ufficiali ed esibizioni può sviluppare la popolarità del tennis più di quanto sia accaduto fin qui. Con una premessa doverosa: le partite giocate per puro show, senza punti in palio ma con una cospicua ‘borsa’ destinata ai protagonisti, esistono da che hanno inventato una racchetta. E c’è stato un tempo piuttosto lungo, gli anni in cui i professionisti erano in un circuito e i dilettanti in un altro, nel quale il concetto di spettacolo era insito nelle tournée delle varie troupe al servizio dei pro, trascinati in ogni angolo del mondo dove ci fossero un organizzatore e un pubblico pronti a mettere sul piatto un bel gruzzolo di quattrini.

TOP PLAYERS E CONTRATTI

Niente scandali, insomma. Solo una legge di mercato che si fa largo anche nello sport, come in ogni altro settore. Anche se oggi il calendario così fitto del circuito maggiore ha ristretto al minimo i periodi in cui le esibizioni possono trovare spazio. Qualcosa a fine stagione, tra novembre e dicembre; qualcosa all’inizio, dopo l’Australia e in attesa che prenda forma la primavera americana. A metà strada, una sorta di compromesso: i compensi per i top players sono ormai legalizzati e portati all luce del sole, almeno nei tornei meno importanti. Che uno dei Fab 3 o qualche altro top 10 firmi un accordo regolare per giocare un Atp 250 è oggi un fatto acclarato e accettato, come peraltro è giusto che sia. Non vuol dire che la stella in questione prenda l’appuntamento con la leggerezza di un’esibizione, ma vuol dire che sta semplicemente monetizzando la sua posizione, ben conscio di essere l’ago della bilancia nella buona riuscita della settimana.

C’È PUBBLICO E PUBBLICO

Sempre a metà strada, ci sono eventi come la Laver Cup o la Hopman Cup, appuntamento che dovrebbe tornare dal 2021 dopo la sospensione di quest’anno. Ma in quel caso c’è il concetto di squadra a rendere tutto più sfumato. Il dubbio dell’appassionato, in ogni caso, è sempre lo stesso: si può apprezzare allo stesso modo una partita ufficiale e un’esibizione? Viene spontaneo dire di no, ma allo stesso tempo va preso atto che tanti match al di fuori del Tour fanno il pieno di pubblico (spesso in aree dove il circuito non arriva), mentre ci sono troppi tornei Atp che soffrono per la carenza di spettatori. È evidente che il target sia diverso: da un lato sono coinvolti gli appassionati veri, lo zoccolo duro dei fan, mentre in uno show di un giorno si va a caccia del grande pubblico, non necessariamente competente. E non necessariamente dal palato fine, basta pensare al match con metà campo in terra e metà in erba che vide impegnati Roger e Rafa – sempre loro – a Palma di Maiorca nel 2007. A cercare di dare una forma (e una struttura) a una cosa che, naturalmente, una forma non ce l’ha, dovrebbero essere dunque i giocatori stessi. I campioni. Da loro e dalle loro scelte, più che da quelle di pubblico e organizzatori, dipende il futuro dello sport che li vede sul palcoscenico.