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Numero 1

Pubblicato il 2 febbraio 2020

Numero 1 del mondo, numero 1 in Australia (con 8 finali vinte su 8 disputate), numero 1 quando la partita diventa una battaglia. Lo Slam numero 17 di Novak Djokovic è l’ennesima conferma di un campione capace di dominare attraverso più generazioni di avversari.

Alla fine del terzo set sembrava un pugile suonato sull’orlo di gettare la spugna. All’inizio del quarto ha ripreso a macinare tennis come nulla fosse e alla fine ha avuto ragione lui. Per la diciassettesima volta in uno Slam. Novak Djokovic è di nuovo numero 1 del mondo, sempre più padrone del tennis di questi tempi, fatto di maratone al limite delle possibilità umane. Come quella che gli ha permesso di vincere a Melbourne per l’ottava volta su altrettante finali: cinque set e quattro ore per avere ragione di un Dominic Thiem sempre più vicino al titolo, mai così vicino come stavolta, ma di nuovo sconfitto. Come in precedenza gli era accaduto altre due volte, sempre a Parigi e sempre contro Rafa Nadal.

DAL 2008 AL 2020

Djokovic ha perso l’ultima finale di un Major nel 2016 a New York contro Stan Wawrinka. Da quel momento, dopo la profonda crisi vissuta tra 2017 e 2018, c’è un record di cinque su cinque che fa impressione, perché abbraccia tre Slam su quattro e perché si staglia con la sua ombra su più generazioni: quella delle altre due leggende Roger e Rafa, quella di Thiem, quella dei Next Gen. Novak è un campione che ha cominciato a vincere nel 2008 proprio a Melbourne, e che oggi, anno 2020, è ancora lì ad alzare quel trofeo senza nemmeno avvertire troppo il peso degli anni che passano. Altrimenti, fosse vero il contrario, una partita come quella contro l’austriaco non sarebbe finita così. Una partita dove la componente fisica, accanto a quella mentale, ha fatto la differenza ben più che quella tecnica.

PARIGI DA CONQUISTARE

“Sono molto orgoglioso – ha detto a denti stretti Thiem – di poter competere in questo periodo storico, contro di voi (Djokovic, Nadal e Federer, ndr) che avete portato il tennis in una nuova dimensione”. “Vincerai più di uno Slam in carriera – lo ha rincuorato Nole – e queste partite sono la dimostrazione che ci arriverai presto”. Quanto presto, probabilmente, sarà proprio il serbo a deciderlo. Perché a 32 anni, con un fisico integro e con ambizioni rinfrescate da quel periodo buio di un paio d’anni fa, la fase di declino non si intravede nemmeno all’orizzonte. Con Parigi e la terra che restano l’unico momento dell’anno dove (forse) sono altri a partire in pole position.

PAROLE DA LEADER

“L’inizio del 2020 – ha continuato Nole nel suo discorso post-vittoria – ci ha detto che il mondo sta soffrendo per tanti motivi, che le persone soffrono come io ho sofferto per la morte del mio amico Kobe Bryant. Siamo professionisti e cerchiamo sempre di vincere, perché il nostro lavoro è la competizione, ma non dobbiamo dimenticarci di stare vicini a coloro che amiamo, perché è questo che conta davvero”. Non è più, ormai da tempo, il Djokovic guascone e accattivante che aveva stregato il mondo del tennis al suo arrivo nel Tour. Quel ragazzo ha lasciato il posto a un uomo maturo, padre e marito, responsabile dei suoi pensieri e dell’esempio che porta in giro ogni giorno. È rimasto, però, il Djokovic spietato nel momento di conquistare un titolo, quello che non regala mai nulla, che non puoi mai aspettarti che si batta da solo. E chissà che questo Slam numero 17 non sia un viatico per la profezia di Federer, secondo il quale, alla fine della corsa, sia il serbo che Nadal supereranno la sua quota di 20 Slam.