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Re di Spagna

Pubblicato il 25 novembre 2019

Il segreto della Spagna che vince la sesta Davis della sua storia? Sta nella professionalità di un commovente Roberto Bautista-Agut e nel carisma di un Rafael Nadal straripante, capace di trascinare i compagni e i 12 mila della Caja Magica. Per lui è il quarto trionfo, 15 anni dopo il primo.

Muchas gracias, Rafa. Lo dovrebbero dire un po’ tutti, dopo la settimana della nuova Davis a Madrid. Lo dovrebbe dire la Spagna, che vince l’Insalatiera numero sei della sua storia, la quarta grazie al fenomeno di Manacor. Lo dovrebbe dire Gerard Piqué, in coro insieme al presidente Itf David Haggerty, perché in sostanza Nadal ha salvato la settimana e ha dato un futuro a un progetto sul quale pesano comunque seri dubbi provenienti da più parti. Lo dovrebbe dire la gente, il pubblico (non solo spagnolo) che ha potuto ammirare ancora una volta questa forza della natura fatta giocatore di tennis. Arrivato in condizioni non perfette, con un fisico traballante in seguito alle (deludenti) Finals londinesi, sulla sua prestazione pesava anche l’incognita data dalla combinazione tra superficie rapida e gioco in altura. Perché lì alla Caja Magica, persino sulla terra del Masters 1000 che si gioca ogni mese di maggio, il maiorchino ha vinto ‘solo’ quattro volte: il torneo meno cannibalizzato tra quelli sul rosso europeo. E vederlo dominare sul rapido (rapido vero) indoor, dove ci sono stati 52 tie-break su 71 partite, senza pagare dazio a nessuno, non era affatto scontato.

CAPITANO-OMBRA

Invece è stato un crescendo, di quelli che Rafa mette in mostra normalmente nei tornei dello Slam. Con in più un carico emozionale supplementare, dato dal fatto di giocare con la propria Nazionale (era accaduto una volta sola nei precedenti due anni), davanti al suo pubblico, e per la prima volta da uomo sposato, con la bella moglie Xisca in tribuna a godersi lo show. Durante la settimana, il 33enne vincitore di 19 Major non è soltanto sceso in campo, ma ha fatto pure da capitano-ombra, prendendo spesso in mano la squadra nei momenti (non pochi) in cui qualche dubbio si stava insinuando. Ha parlato lui, quando c’è stato da spiegare quanto era dura per tutti loro andare avanti dopo la tragedia che aveva colpito Bautista Agut e il suo conseguente (momentaneo) abbandono. Ha parlato lui, ancora, per dire cosa non andava bene (gli orari, soprattutto) e cosa invece stava funzionando. Ha parlato lui, all’una di notte, per raccontare di quanto è importante che un doppio lo giochino due persone che si rispettano e sono amiche fuori dal campo, anche se magari tecnicamente non si tratta della soluzione migliore.

IL CORAGGIO DI BAUTISTA AGUT

Per battere il Canada, in finale, è bastata una prestazione tutto sommato normale: una vittoria in due set in singolare su un Denis Shapovalov pericoloso, ma ancora troppo acerbo per emergere in una situazione del genere, quando i boati del pubblico ti fanno tremare le vene dei polsi. Perché in precedenza Roberto Bautista Agut si era guadagnato una standing ovation superando sempre in due parziali Felix Auger-Aliassime. Standing ovation non solo e non tanto per la prova sul campo, quanto per il coraggio esibito da un ragazzo che in settimana era stato colpito dalla scomparsa del padre, malato da tempo. Con le lacrime agli occhi per la commozione, Roberto ha messo a referto un tipico match dei suoi, tutto sostanza e percentuali. Come se questa fosse stata una partita normale in un primo turno di un qualsiasi torneo del circuito. L’abbraccio dei suoi compagni a fine gara è stato il volano perfetto per Nadal, e a quel punto la Coppa si era già sostanzialmente colorata di giallo e di rosso. A consegnarla, durante la premiazione, è stato il re di Spagna Felipe VI. Ma in campo, in quell’istante, di re ce n’era almeno un altro, cresciuto a pane e tennis nelle Baleari.

REGOLE, DENARO, PASSIONE

Probabilmente Rafa non sta studiando per prendere il posto di Sergi Bruguera, semplicemente perché è ancora troppo concentrato sulla sua carriera per permettersi distrazioni di questo tipo. Ma di certo il suo carisma è stato – durante tutta la settimana – palpabile ovunque e in ogni momento, in campo e fuori. Molto più di quanto si possa dire per gli altri campioni passati da Madrid, Djokovic compreso. La Spagna di oggi è, più ancora di quella di ieri, Nadal-dipendente. Senza di lui, diventa una squadra normale, che avrebbe dovuto temere molte delle formazioni presenti alla Caja Magica. Con lui, diventa una corazzata. Vederlo esaltare il pubblico o lanciarsi letteralmente contro il referee dopo una decisione arbitrale discutibile, dà l’esatta dimensione di quanto questo campione creda in ciò che fa. La rivoluzione firmata Kosmos e Itf parlava di regole e di denaro, di cose con cui la politica – anche quella sportiva – deve fare necessariamente i conti. Ma poi a dare un senso alla competizione è arrivato chi davanti a tutto mette la passione, lasciando l’anima in campo. La prima volta che accadde, fu nel 2004: Rafa era poco più che un bambino ma superò Andy Roddick e spianò la strada al trionfo spagnolo. Oggi che è un uomo maturo, si è preso sulle spalle un Paese e gli ha regalato una gioia che è anche una polizza-vita sul futuro di questo evento. Per chi lo ha vissuto, da giocatore o da capitano, uno dei più faticosi di sempre.