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NADAL, MALEDIZIONE FINALS

Pubblicato il 16 novembre 2019

Non le ha mai vinte e non le vincerà nemmeno quest’anno. Rafael Nadal e le Atp Finals restano due pianeti lontani, in una vicenda che ha pochi paragoni possibili nella storia del tennis. Il giocatore che ha conquistato tutto, che insidia Roger Federer per il titolo di migliore di sempre per trionfi Slam, all’appuntamento col torneo dei maestri si fa umano, vulnerabile. Al massimo, due finali, nel 2010 (sconfitto da Roger) e nel 2013 (da Djokovic). Per il resto, assenze o uscite premature. Come quella di quest’anno, ancora più dolorosa se pensiamo che Rafa ha fatto di tutto per esserci (malgrado il problema agli addominali palesato alla vigilia), e che poi sul campo ha centrato persino due vittorie. Belle, intense, lottate, ma inutili. Nel duello a tre con Stefanos Tsitsipas e Alexander Zverev sono stati questi ultimi a ottenere il passaggio alle semifinali, lasciando Nadal a chiedersi una volta di più cosa non vada nell’approccio all’evento più importante dopo gli Slam.

COMUNQUE NUMERO 1

In passato lo stesso Rafa, sostenuto a gran voce da zio Toni, aveva sollevato il problema superficie, sostenendo che un appuntamento del genere – per essere equo – avrebbe dovuto cambiarla regolarmente, passando dal cemento alla terra e permettendo così a tutti di avere le stesse occasioni. Per motivi logistici e di opportunità, più che per convinzione, la richiesta è sempre caduta nel vuoto: nessuno ha voluto prendere in carico una scelta così rivoluzionaria, nessuno ha voluto imporre costi decisamente più elevati agli organizzatori. Così si è fatto semplicemente un passo di lato, nella direzione presa da tutto il circuito: mantenere gli hardcourt, ma diminuendone drasticamente la velocità. Tanto che quest’anno Rafa si è potuto giocare tranquillamente le sue due maratone di tre set e (quasi) tre ore. Lo spagnolo chiuderà comunque il 2019 da numero 1 del mondo, in una stagione che lo ha visto trionfare a Roma, al Roland Garros, a Montreal e agli Us Open. Con la finale di Melbourne e la semi di Wimbledon a fare da contorno. C’è di che consolarsi, insomma.

FEDERER E GLI ALTRI

Ma le Finals, adesso, sono roba d’altri. E hanno, in fondo, una sola vera star che brilla ben al di sopra di tutto e di tutti. Roger Federer aveva cominciato la settimana con una sconfitta di fronte a Dominic Thiem che pareva suonare come una condanna definitiva. Invece il basilese ha saputo riprendersi battendo Matteo Berrettini e soprattutto Novak Djokovic, in quello che era un vero e proprio spareggio. Nessuno dei Fab 3 è arrivato all’appuntamento in condizioni brillanti, ma Roger è quello che ha saputo trarre il meglio dalle ultime energie rimaste nel serbatoio. Si tratta di vedere, adesso, se queste energie saranno sufficienti anche di fronte ai più giovani. Da Stefanos Tsitsipas, avversario nella semifinale, a Dominic Thiem e Sascha Zverev, avversari nell’altro match. Difficile dire chi, dei tre, possa essere quello con più chance di fare filotto. Tsitsipas ha mostrato il solito coraggio e la voglia di dannarsi l’anima su ogni singolo quindici, ma il suo tennis ad alto rischio ha sempre bisogno di sfiorare la perfezione per poter competere coi grandissimi. Thiem è parso il più in forma, agevolato dalla superficie che gli perdona le sue aperture da terraiolo. Zverev, infine, è riuscito con due zampate a raddrizzare una stagione sottotono, almeno per uno con le sue ambizioni: bisognerà vedere se i mezzi, fin qui sufficienti a piegare un Nadal e un Medvedev in riserva, saranno all’altezza nello scontro con gli altri titani.