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UN ITALIANO TRA I MAESTRI

Pubblicato il 2 novembre 2019

Ci siamo svegliati ed è ancora tutto vero. Matteo Berrettini, italiano di 23 anni, è tra i qualificati alle Atp Finals di Londra. È tra i primi otto del mondo. Peraltro in un’edizione che si preannuncia tra le migliori della storia, la prima con i Fab 3 tutti insieme dal 2015. Il fatto che la sicurezza di essere in lizza alla O2 Arena sia giunta per interposta persona – quando Denis Shapovalov ha demolito Gael Monfils sul centrale di Bercy – non sposta di una virgola l’impresa di Matteo, che va compresa e valutata considerando dodici mesi, non certo una o due settimane. Ebbene, a novembre 2018 Berrettini era numero 54 della classifica Atp, in progresso certo, ma ben lontano da quello che allora poteva essere considerato soltanto un sogno. Oggi quel sogno è una meravigliosa realtà costruita attraverso un lavoro certosino su ogni aspetto del gioco, del fisico, del carattere. Con la semifinale agli Us Open come momento clou, ma con tante partite che di volta in volta hanno segnato un progresso nel cammino di questo ragazzo dalla volontà di ferro.

UN’ANNATA IN CRESCENDO

Il 2019 di Berrettini comincia da Doha, Qatar, dove a fermarlo all’esordio c’è quel Roberto Bautista Agut che sarebbe poi tornato a più riprese sul suo percorso, fino al duello all’ultimo punto per le Finals. Nemmeno l’Australia porta notizie migliori, anche se la sconfitta al primo turno con Tsitsipas a Melbourne è un passo avanti deciso sotto il profilo della prestazione. In febbraio, dopo la parentesi Davis in India (importante, diranno poi dallo staff del romano), arriva la semifinale nel 250 di Sofia, in marzo il titolo del Challenger di Phoenix. Fino alla seconda metà di aprile, però, i risultati sono in linea col suo ranking, forse persino sotto. Poi, da Budapest, cambia tutto. In Ungheria arriva un titolo inatteso perché su terra lenta, terra vera, non quella veloce che già gli aveva consegnato il trofeo di Gstaad. La settimana dopo si va a Monaco di Baviera ed ecco un’altra finale, stavolta persa d’un soffio contro Garin: unico vero rimpianto dell’anno. Ma intanto il treno Berrettini è lanciato: 400 punti in due settimane danno fiducia e fanno classifica.

DALLA TERRA ALL’ERBA

Per il secondo titolo stagionale si passa sull’erba. Siamo a Stoccarda, e Matteo gioca un match pressoché perfetto contro Felix Auger-Aliassime nell’ultimo atto. Dopo quell’incontro, seguito dalla semifinale di Halle, le quotazioni dell’allievo di Vincenzo Santopadre sono ormai alle stelle, tanto che a Wimbledon lo si attende tra i protagonisti. E lui in fondo non tradisce, arrivando all’ottavo dei sogni contro Sua Maestà Roger: poco importa che Federer – parole di Matteo – gli dia una lezione. Anche questo serve per imparare, per capire come salire ulteriormente. Impara talmente alla svelta, l’azzurro, che agli Us Open si fa trovare pronto per un ulteriore step: è il torneo che lo impone all’attenzione del mondo, grazie alle vittorie pesantissime su Rublev negli ottavi e su Monfils nei quarti. Rafa Nadal lo ferma in semifinale, ma i top 10 sono ormai vicinissimi. E diventano realtà con le semifinali di Shanghai e Vienna. Il resto, la sconfitta all’esordio con Tsonga a Parigi, perdonata da Shapovalov, è storia di oggi.

41 ANNI DI ATTESA

Dopo 41 anni, l’Italia torna dunque a frequentare quel torneo dei campionissimi che in passato avevano raggiunto soltanto Adriano Panatta e Corrado Barazzutti, sul finire degli anni Settanta. Di recente, Simone Bolelli e Fabio Fognini erano stati protagonisti in doppio, nel 2015, al culmine della loro migliore stagione. Ma qui parliamo di altro. Qui parliamo di giocare spalla a spalla con Djokovic, Nadal, Federer, Medvedev, Thiem, Tsitsipas e Zverev: tre leggende e quattro fenomeni. In un’edizione delle Finals particolare, nella quale accanto agli ultratrentenni ci sono addirittura quattro Under 23. Prospettive? Intanto, godersi questo evento che non è un regalo ma un premio decisamente sì. Dunque provare per quanto è possibile a lasciare andare il braccio e giocare senza pressione. Poi, cercare di trovare le energie rimaste al termine di una stagione tanto intensa e fare affidamento sui propri punti di forza: servizio, diritto, continuità. Se dovesse arrivare pure qualche vittoria, tanto meglio. Nel frattempo, mai come stavolta, esserci è la cosa che conta.