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DATEMI ROGER

Pubblicato il 8 luglio 2019

La voleva talmente tanto, quella partita contro Roger Federer, da non volersi piegare nemmeno a una brutta giornata e a un avversario che si stava dimostrando più forte. Matteo Berrettini è esattamente questo: non solo servizio, diritto, potenza, velocità di braccio, ma testa da campione e attitudine positiva da vendere. Matteo Berrettini è un fuoriclasse della capacità di leggere le partite, la propria carriera, la propria vita. Ecco perché, di conseguenza, diventa un fuoriclasse anche in campo. Quei colpi che si ritrova e che gli hanno permesso di arrivare (per adesso) nei top 20 Atp, non se li porta dalla culla ma se li sta costruendo giorno dopo giorno. Ogni partita meglio della precedente, ogni allenamento con qualcosa di nuovo da imparare. Così, anche quando uno Schwartzman ti si para davanti che sembra un muro tirato su dalla sorte avversa, c’è qualcosa nella testa che ti dice che ce la puoi fare. Che nemmeno tre match-point contro sono un momento nel quale lasciarsi andare allo scoramento. Che non è mai finita finché non è finita.

LAVORO E BUONI CONSIGLI

La fortuna – dice Matteo – è che non me la prendo con qualcosa di esterno, con il campo, con le palline, con il pubblico. Ma al massimo con me stesso. A volte esigo troppo, non mi riconosco i meriti che sarebbe giusto attribuirsi”. Chiamala fortuna. Questa è una dote straordinaria che però va coltivata, non nasce semplicemente da una buona natura. Chi lo ha cresciuto – famiglia, maestri e coach – ha fatto un lavoro talmente importante da consegnare all’Italia un campione che autoalimenta il proprio desiderio di primeggiare e la propria evoluzione mentre si fa le ossa nelle zone nobili del ranking. In sostanza, ciò che in tempi recenti hanno saputo fare solo pochi eletti: quelli che non si fermano a guardarsi allo specchio dopo un bel punto o un risultato insperato, ma restano con la testa bassa a lavorare fino a che si può, fino a che c’è una riserva di benzina da consumare.

MIRAGGI E OBIETTIVI

Berrettini è diverso da tutti coloro che lo hanno preceduto, in Italia. Non è il predestinato con classe da vendere, ché di quelli ne abbiamo avuti fin troppi. Non è il gran lavoratore dai mezzi limitati, almeno se parliamo di vertice assoluto. È una mescolanza di queste due tipologie, è un ragazzo che fino ai 15-16 anni non aveva fatto nulla di straordinario, almeno all’apparenza, ma che nella sua normalità si stava costruendo una fortuna inestimabile. In quel periodo, quando i coetanei più forti cercavano punti e gloria nei tornei giovanili, sognando (legittimamente) di arrivare a vivere le emozioni dei grandi palcoscenici, lui pensava a come cavarsela con un rovescio che gli stava dando grattacapi fin da quando aveva preso in mano la racchetta. Pensava a come riuscire a essere vagamente competitivo, vedendo anche soltanto i top 100 come un miraggio, eppure come un obiettivo.

NESSUN LIMITE

Sta succedendo tutto molto rapidamente”, sottolinea il romano a ogni sospiro, a ogni intervista passata con la mano ad accarezzarsi i capelli. Gesto che non fa per vanità, ma al contrario per cercare di darsi conforto e proteggersi da una popolarità giunta improvvisa e affatto benvenuta. Una popolarità alla quale peraltro dovrà abituarsi, visto che questo momento appare solo un ennesimo passaggio verso qualcosa di più, che oggi è difficile da pronosticare considerando che ogni limite, con lui, assume un valore relativo. Prendiamo il match con Roger. Traguardo di una vita, per tanti. Anche tra i Next Gen di talento destinati, forse, a prendere il posto del basilese nelle finali Slam. Ma non per lui. O meglio, una partita che insieme è traguardo e punto di partenza. Che gli fa dire che, in fondo: “Avrò le mie possibilità, dovrò cercare di sfruttarle a dovere”. Berrettini non assomiglia a nessuno: non a Panatta, non a Bertolucci, non a Camporese, non a Seppi, non a Fognini, non ad altri connazionali che pure ci hanno fatto sognare. Berrettini sembra uscito da uno spazio che non c’era in un tempo che non esisteva più. Teniamocelo stretto e prepariamoci ad applaudirlo ancora, a essere orgogliosi di lui. Che vinca o che perda.