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I TEMI DI PARIGI

Pubblicato il 11 giugno 2019

IMBATTIBILE RAFA

Prima che arrivasse lui, pareva che persino fare doppietta, sulla terra di Parigi, fosse un’impresa leggendaria. Nell’era Open, dopo le quattro vittorie consecutive di Borg (1978-1981), solo Lendl, Courier, Bruguera e Kuerten erano riusciti a mettere in bacheca due successi di fila. Poi, dal 2005, è cominciata un’altra era, quella di Rafael Nadal, e francamente non se ne vede la fine, malgrado il maiorchino abbia già compiuto 33 anni. Aveva ragione Nicolas Almagro, che in una sfida contro Rafa di alcune stagioni fa, disse sconsolato, rivolto al suo angolo: “Questo vincerà il Roland Garros per altri 40 anni”.

15 ANNI, 3 LEGGENDE

Leggere i numeri del terzetto al comando fa ogni volta più impressione. Novak Djokovic, Rafael Nadal e Roger Federer hanno vinto complessivamente 53 degli ultimi 64 tornei dello Slam, a partire dal 2003, quando Roger centrò il suo primo Wimbledon. Insieme, hanno conquistato inoltre 95 Masters 1000 e 11 Atp Finals. Non a caso, sono i tre più vincenti di sempre, riuniti nella stessa epoca. Hai voglia a dire che i Next Gen sono in ritardo sulla tabella di marcia, ma quando davanti ti trovi personaggi del genere, non puoi fare altro che aspettare, con pazienza, il tuo turno.

ITALIA DA PROMUOVERE

Da Parigi, l’Italia riparte con due buone notizie, malgrado sia mancato un quarto di finale che alla vigilia pareva possibile. Fabio Fognini, quello che avrebbe potuto lanciare la bandiera tricolore nei primi otto, ha ceduto un match alla sua portata contro un Sascha Zverev non impeccabile, ma ha comunque confermato gli ottavi del 2018 e si è garantito un posto tra i top 10. Un traguardo che l’Italia attendeva da 40 anni esatti. Il ligure è ininterrottamente nei top 100 di fine anno dal 2007 e nei top 50 dal 2011, segno che malgrado tutto ciò che si può dire su di lui, la continuità non gli è mancata. Ma l’Italia può essere soddisfatta anche dello splendido torneo di Salvatore Caruso, approdato al terzo turno partendo dalle qualificazioni.

NO BARTY, NO PARTY

Ashleigh Barty ha vinto il Roland Garros ed è volata al numero 2 del ranking Wta, a pochi punti dalla numero 1 Naomi Osaka. Nuova meteora in arrivo? Chissà. Intanto, però, l’australiana che abbandonò il tennis per il cricket, qualche novità la sta portando, a prescindere da quanto durerà la sua presenza tra le top players. Una che attacca in quella maniera, con quel rovescio slice che ricorda tanto Roberta Vinci; una che quando gioca di volo non va in panico, ma al contrario si diverte e ricama; una che è lontana anni luce da quel bum-bum che per anni è sembrata l’unica soluzione per vincere tra le donne. Ecco, una così, va preservata a lungo, che vinca o che perda.

IN CERCA DI UNA LEADER

Il tennis femminile si riconferma orfano di leader. Non riesce a esserlo nemmeno Naomi Osaka, che avrebbe il carisma e l’immagine adatte a sfondare oltre i confini del tennis, ma che sulla terra di Parigi si è trovata in grande difficoltà. Non riesce (più) a esserlo nemmeno Serena Williams, che fatica, come peraltro è normale che sia, a tornare ai livelli pre-maternità. Non riescono a esserlo le altre: le Pliskova, le Bertens, le Kvitova, le Halep e via dicendo. Perché in un Major paiono poter spiccare il volo, e in quello dopo tornano nel gruppone, a sgomitare per arrivare anche solo ai quarti. Una diversa chiave di lettura, però, c’è: e se questa perenne incertezza riuscisse a creare maggiore entusiasmo, maggiore curiosità attorno al circuito in rosa?