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FEBBRE DA FEDERER

Pubblicato il 16 maggio 2019

C’è gente che per lui è venuta apposta da molto, molto lontano, facendosi viaggi in treno andata e ritorno in giornata, a prescindere dall’orario e dai chilometri. Da Messina come dal profondo Nord. C’è gente che non importa come gioca, se vince o se perde, importa solo vederlo in campo. C’è gente che si mette a creare un corridoio umano per accompagnare la sua golf car dal campo agli spogliatoi, come quando la Papamobile passa tra due ali di fedeli. Roger Federer, in questo suo ritorno romano, appare sempre più vicino al titolo che gli dedicò il compianto David Foster Wallace: un’esperienza religiosa. Nelle tre ore e 51 minuti necessari per approdare ai quarti di finale al Foro Italico, si è visto di tutto: dalle standing ovation per alcune prodezze che viste dal vivo fanno sempre più impressione, a un tifo da Davis che nemmeno in Svizzera, nemmeno a Basilea, probabilmente si sarebbe sentito.

 

DUE MATCH-POINT SALVATI

Ha rischiato moltissimo, Roger, non nel suo primo incontro di fronte al portoghese Joao Sousa, bensì nel secondo, sul Grandstand, contro il croato di Bordighera Borna Coric, capace di arrivare ad avere due match-point nel tie-break decisivo. C’era già il titolo pronto, per un’eventualità così funesta: ‘l’amore mai nato tra Roma e Federer’, mai vincitore nella Città Eterna, che pure ama (ricambiato) come tanti suoi colleghi. Invece un Roger mai così pronto alla lotta si è messo in testa di soffrire fino alla fine, pur essendo probabilmente già soddisfatto del suo rendimento. Voleva la terra ‘vera’, il basilese, dopo l’esperienza di Madrid, ed è stato accontentato. Sul secondo campo (per importanza) degli Internazionali, la terra è terra per davvero, di quella lenta che ha bisogno di gambe, di difesa, di fantasia e di fatica. Contro la solidità di Coric del resto serviva tutto questo, per spuntarla. E il Re ha trovato risorse che gli daranno fiducia nella strada verso Parigi.

 

LA SORPRESA E L’EMOZIONE

Più che guardare il Migliore di sempre, però, per capire ciò che lui significa per la gente è meglio tenere d’occhio le facce di chi sta in tribuna. Quegli occhi sgranati, attenti come soltanto di fronte a un capolavoro che si muove. Quell’ammirazione che si legge nei gesti: le braccia allargate come a dire ‘meglio di così non è possibile’, le gambe che scattano per alzarsi in piedi all’ennesima prodezza, che sia un colpo in mezza volata o un recupero degno di Nadal. Per lui, tanta gente ha riempito il Centrale e il Grandstand, nel secondo caso probabilmente anche oltre la capienza consentita. Per lui, saranno sempre tutti pronti a spendere centinaia di euro anche nei prossimi giorni. Sperando che questa storia d’amore venga finalmente coronata da un titolo che avrebbe un sapore particolare. Perché dopo aver scelto di andare a Madrid, Roma aveva sostanzialmente abbandonato l’idea che il campione di 20 Slam potesse tornare. E come per tutte le sorprese, l’emozione ha reso l’incontro ancora più intenso.

 

COME UN GOL DI TOTTI

Mentre Rafa Nadal passeggiava con Chardy e Basilashvili, lo svizzero doveva restare in campo il doppio del tempo, per trovare posto nei quarti di finale. E può essere pure che queste fatiche si facciano sentire nel prossimo impegno, visto che la carta d’identità non si può ingannare. Però in fondo Roger e Roma hanno già trovato, se non la conclusione degna di un romanzo, almeno quell’affinità complice che racconta di una storia possibile, ancorché tutta da costruire. Quei boati che nemmeno a un gol di Francesco Totti, quell’ammirazione unanime e mai messa in discussione nemmeno di fronte a un errore un po’ banale, sono la sintesi di un legame che va oltre le quattro finali perse e i tre anni di attesa per rivederlo. Un legame da raccontare ancora, perché ci sarà almeno un’altra pagina da scrivere.