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ROGER, IL SORRISO DI UN BAMBINO

Pubblicato il 1 aprile 2019

Sbandare nella retorica, di fronte a Roger Federer, è fin troppo semplice. Finire a parlare di cifre, dopo Miami, è cosa alquanto banale. Ma nonostante questo, di fronte al trionfo numero 101, con i 109 di Jimmy Connors che non sono certo una chimera, nessuno può esimersi dal fare i conti. Tuttavia conta di più, ed è più utile, osservare da vicino il viso di questo fenomeno che si avvia verso i 38 anni, sfoggiando il sorriso e l’entusiasmo di un ragazzo alle prime armi. Il segreto? Come in qualunque lavoro, le motivazioni. Che oggi, per il basilese, si chiamano più semplicemente famiglia. “Voglio ringraziare mia moglie – ha detto con una punta di commozione dopo il trionfo in Florida – perché senza la sua spinta, senza il suo aiuto, tutto questo non sarebbe stato possibile. E (rivolto ai figli, ndr) sono contento che i miei ragazzi siano qui ad applaudirmi”.

OLTRE OGNI DUBBIO

La vittoria con John Isner, netta e convincente come nette e convincenti erano state le altre sui campi dell’Hard Rock Stadium (con l’unica eccezione di quella d’esordio con Albot), hanno riproposto la migliore versione del Re, quella che sembrava essersi un po’ appannata tra Us Open 2018, Australia e Indian Wells 2019, malgrado il traguardo dei 100 titoli raggiunto a Dubai. Questo Roger ammirato a Miami è vicino alla perfezione, perché sta giocando oltre la storia che ha già costruito. Sta giocando per se stesso e per dare qualche gioia alla famiglia che, nonostante gli impegni di una leggenda planetaria, si è riuscito a costruire. Uno stimolo nettamente più forte rispetto ai record. Molti dei quali, peraltro, già gli appartengono, e dunque non possono rappresentare un vero traguardo. Come non lo sono i 109 successi nel Tour di Connors: chiunque mastichi un po’ di tennis sa che le due epoche non sono minimamente paragonabili, sa che i 101 di Roger valgono già molto di più. E quando allo svizzero si presenta l’immancabile domanda sul primato dell’americano, arriva altrettanto immancabile la risposta: un sorriso e una smentita. Della serie: ciò che conta, nella vita, è ben altro.

MIRKA, UN SOSTEGNO FONDAMENTALE

Si diceva della retorica e di quanta ce ne possa essere nel celebrare l’ennesima vittoria di un signore che, sportivamente parlando, avrebbe (e non da poco) l’età della pensione. Eppure non è retorica, parlare di moglie e figli, in sintesi di famiglia, quando si ha a che fare con una storia di questo genere. Perché proprio la sua tranquillità, la maturità e la leggerezza unite insieme e legate a doppio filo, sono ciò che Roger si porta in campo in questa sua seconda, o terza, carriera. Una parte inattesa da chiunque, tranne che dal suo entourage familiare. Mirka, in fondo, sapeva di poterlo sostenere ancora a lungo, quando molti addetti ai lavori pensavano fosse già al capolinea. E riguardo ai figli, loro, probabilmente non hanno mai avuto il minimo dubbio sul fatto che papà avrebbe continuato con l’intento preciso di farli divertire, di farli emozionare, di renderli orgogliosi di lui.

A MIAMI, VENT’ANNI DOPO

Ho giocato qui a Miami – ha detto al termine della finale – per la prima volta nel 1999, ed essere qui ancora vent’anni dopo, alzando il trofeo, significa davvero tanto per me. Mi alleno sempre con tanto impegno per riuscire a produrre questo tipo di tennis quando conta, cioè nelle finali dei grandi tornei. Mettere in pratica il disegno, poi, è tutta un’altra questione, ma stavolta ci sono riuscito particolarmente bene e questo mi rende particolarmente soddisfatto”. Lo dice, il quasi quarantenne Roger, col sorriso di vent’anni fa; con quel viso furbetto, curioso e quasi ingenuo, che potrebbe appartenere a un bambino. Lui che oggi, dalla forza dei suoi quattro splendidi bambini, sta  trovando una linfa vitale inesauribile.