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UNA POLTRONA PER TRE

Pubblicato il 23 gennaio 2019

Alla fine degli Australian Open il tennis femminile avrà una nuova regina. Simona Halep sarà costretta ad abdicare, in favore di una tra Naomi Osaka, Karolina Pliskova e Petra Kvitova. Mentre l’americana Danielle Collins, sorpresa della manifestazione, avrà il ruolo di guastafeste. In tutto questo, rimane fuori dai giochi quella che per tanti, a inizio torneo, era ancora considerata la vera numero 1: Serena Williams. Che nella sconfitta contro la Pliskova ha denotato di essere, pure lei, umana. Avanti per 5-1 al terzo (e matchpoint), Serena ha subìto la rimonta dell’avversaria, favorita da un problema alla caviglia che ha impedito all’americana di muoversi al meglio. È rimasta in campo fino all’ultimo, e questo le fa onore, ma la sconfitta con quattro match-point a favore brucia comunque. A prescindere dal fatto che in una eventuale semifinale avrebbe dovuto risolvere un problema fisico affatto banale.

IL VOLTO NUOVO

Naomi Osaka, per molti, sarebbe la degna erede di Serena per il ruolo non solo di leader momentanea, ma per quello di una campionessa in grado di prendersi la scena, anche sotto il profilo mediatico. Quella scena che proprio agli Us Open 2018, in occasione del suo primo Slam, le fu in qualche modo sottratta dalle bizze (e dalla frustrazione) della 37enne con 23 Slam in tasca. Naomi ha un volto spendibile, anche sotto il profilo mediatico, il che nell’epoca dell’immagine non è dettaglio trascurabile. È un volto pulito, onesto, che fa gola agli sponsor e desta ammirazione tra il pubblico, sempre a caccia di una protagonista che sia davvero tale per più di due Slam di fila. Naomi – infine – gioca un tennis moderno ma divertente, che mette gioia a vederlo e mette paura alle rivali. Può accarezzare la palla ma, più spesso, può essere il carrarmato che devasta il gioco altrui. Nella continuità, manco a dirlo, starà la sua vera forza.

LA PROVA DEL NOVE

Naomi incrocia in semifinale Karolina Pliskova, una che numero 1 – anche se per poco tempo – lo è già stata. Precisamente otto settimane, da luglio a settembre del 2017. La ceca ha solo 26 anni ma sembra una veterana, perché è ormai nelle top players dal 2015 e, al netto di qualche comprensibile calo di rendimento, non è mai stata lontana dal vertice o da quelle che potevano vincere i grandi eventi. Solo che poi, alla prova dei fatti, di Slam non ne ha ancora vinti, e l’unica finale ad oggi resta quella degli Us Open 2016. La ragazza merita rispetto, tanto per il suo gioco, quanto per un atteggiamento tutto sommato positivo tenuto anche di fronte alle delusioni. Ma sembra mancare quello spunto decisivo per renderla davvero una star, una donna capace di mantenersi a lungo in vetta. La vittoria su Serena, giunta in questo modo, fa testo ma fino a un certo punto. Tocca a lei, adesso, mostrare che non è stato un caso dettato dalla sorte.

IL CORAGGIO DI PETRA

Petra Kvitova, infine, è una via di mezzo tra Osaka e Pliskova. Perché non avrà la brillantezza di Naomi (e del resto ha 28 anni, non 21), ma non è nemmeno così poco abituata alle vittorie come la connazionale Pliskova. Fin dal 2011, dal suo splendido trionfo a Wimbledon, si capì che la mancina di Bilovec era una campionessa di razza, non una meteora. Eppure la sua carriera non è stata lineare. Anche prima di quell’aggressione spaventosa che le è costata, a partire dal dicembre del 2016, uno stop di sei mesi e tanta paura. Da quel momento, ha probabilmente preso coscienza di essere più forte persino di ciò che lei stessa pensava. Mentre la gente ha preso ad ammirarla per altro, oltre che per il suo tennis da valchiria: da quel momento è diventata simbolo del coraggio di chi ricomincia, in barba alla sfortuna. L’Australian Open in corso a Melbourne è già il suo miglior torneo dello Slam da quel tragico momento. Vincerlo, e diventare numero 1, lo renderebbe qualcosa di magico.