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CIAO, ANDY. E GRAZIE

Pubblicato il 14 gennaio 2019

Che sia un vero addio, o solo un arrivederci, lo scopriremo più avanti. Intanto, l’ultima partita di Andy Murray resterà almeno per un po’ questa sconfitta contro Roberto Bautista Agut sulla Melbourne Arena, il terzo campo per importanza degli Australian Open. Un match che non è stato affatto una passerella per il vecchio (che poi vecchio non è) campione al tramonto. Ma che, al contrario, ha visto un Murray in grado di reggere per quattro set di grande intensità, prima di arrendersi al dolore del suo fisico acciaccato e alla regolarità di un avversario che definire scomodo sarebbe un eufemismo. In questo incontro, pur nella sconfitta, c’è riassunta buona parte della carriera dell’ultimo dei Fab Four, che è lontano dai primi tre, ma che ha contribuito a rendere unica quest’epoca di fenomeni e di record.

IL TRIBUTO DEI COLLEGHI

Andy ha ricevuto il tributo dello stadio, degli avversari, dei tifosi, di quel mondo del tennis nel quale ha passato quasi tutti i primi 31 anni della sua vita. Nato a Glasgow, in Scozia, il 15 maggio 1987, non è il più giovane dei quattro big solo perché Novak Djokovic venne al mondo una settimana più tardi. Ma è quello che più ha pagato lo scotto di dover rincorrere gli altri, in senso metaforico e non solo. “Sono contento – ha spiegato Andy – di aver lasciato un buon ricordo nei colleghi. Non so se questo è un addio oppure se tornerò a giocare. Per farlo, dovrò sottopormi a una nuova operazione (all’anca, ndr), che mi aiuterà pure a condurre una vita migliore”. Sì perché col dolore, Murray, ha ormai imparato a conviverci ben oltre il rettangolo di gioco. Da anni, ormai, è un compagno fisso di un’esistenza che da fuori pareva comunque dorata, e che invece nascondeva una fatica insostenibile persino nelle azioni più semplici.

NUMERO 1, CON TRE SLAM

Ci sarà tempo, per dedicare allo scozzese il racconto dei ricordi di una carriera comunque memorabile. Intanto, basti dire che questo ragazzo spigoloso come il suo accento, è riuscito nel tempo a conquistarsi le simpatie dell’intero mondo del tennis. Un mondo tutt’altro che semplice da addomesticare. Lo ha fatto con l’umiltà che lo ha reso prima un professionista, poi una stella di prima grandezza quando di stelle, anzi di leggende, ce n’erano già in abbondanza. Nell’epoca dei Nadal, dei Federer e dei Djokovic, Andy è stato numero 1 del mondo, ha vinto Wimbledon (due volte) e Us Open, raggiungendo la finale pure negli altri Slam. In un momento diverso della storia, sarebbe stato uomo da 10 Major o giù di lì, mentre in realtà si è dovuto letteralmente rompere le ossa per riuscire a tenere il passo. Ciò che ha fatto, ancor di più per queste sue difficoltà fisiche, resterà per sempre nella memoria degli appassionati. Quello che farà, nel caso (ora impronosticabile) di un ritorno post-operazione, sarà un’appendice tutta da scoprire a una carriera da applausi, che merita solo tanto rispetto.

SUPER SEPPI

Intanto, nella giornata in cui Roger Federer e Rafael Nadal hanno chiuso senza problemi la pratica di primo turno, si è messo in luce per l’ennesima volta un giocatore italiano che viene dal freddo del nord ma che ama giocare al caldo. Tanto che, spesso, proprio nell’estate australiana che apre il Tour ha trovato le sue performance migliori. Andreas Seppi, 34 anni (quasi 35) di Caldaro, non si è smentito nemmeno in questo avvio di 2019. A Sydney, ha raggiunto la finale mancando d’un soffio il titolo numero 4 in carriera (sarebbe stato il primo dal 2012), con il solo Alex De Minaur a sbarrargli la strada. A Melbourne, ha cominciato con il piede giusto battendo l’americano Steve Johnson e trascinando una pattuglia azzurra che ha iniziato con tre vittorie e un rimpianto, quello che si porta dietro Matteo Berrettini per non aver battuto Stefanos Tsitsipas. Il romano, giustamente, non era soddisfatto del ko in quattro set, ma queste sconfitte dolorose, alla lunga, servono a forgiare il carattere.